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ANSELMO D'AOSTA
Prova ontologica dell'esistenza di Dio

 

 

Ti ringrazio, buon Signore, ti ringrazio, perché ciò che prima ho creduto per tuo dono,
ora lo comprendo con la tua illuminazione,
e se anche non volessi credere, non potrei non comprendere.

Gratias tibi, bone domine, gratias tibi, quia quod prius credidi te donante,
iam sic intelligo te illuminante,
ut si te nolim credere, non possim non intelligere.
(Anselmo d'Aosta, Proslogion, 4)

 

 

LocalitÓ: Europa

Epoca: 1033-1109 d.C.


Indice

Anselmo d'Aosta

L'argomento logico di Anselmo d'Aosta nel Proslogion

Le obiezioni dell'abate Gaunilone

La risposta di Anselmo d'Aosta alle obiezioni dell'abate Gaunilone

 


 

Testi

Anselmo d'Aosta - Proslogion (Capitoli 2-4)

2. Quod vere sit Deus

3. Quod non possit cogitari non esse

4. Quomodo insipiens dixit in corde, quod cogitari non potest

 

Gaunilone - Pro insipiente

1. Riassunto dell'argomento di Anselmo

2. Distinzione tra pensare (cogitare) e comprendere (intelligere)

3. Invalidità dell'esempio del pittore

4. Si può pensare che Dio non esiste

5. Se si pensa Dio secundum vocem non è possibile dimostrarne l'esistenza secundum rem

6. L'Isola Perduta

7. Critica conclusiva dell'argomento

8. Lode del Proslogion

 

Anselmo d'Aosta - Responsio Anselmi ad obiecta Gaunilonis

1. Se 'id quo maius cogitari nequit' può essere pensato, allora esiste necessariamente

2. 'Id quo maius cogitari non potest' non può essere nel solo intelletto

3. Non si può pensare non esistente 'id quo maius cogitari non potest'

4. Differenza tra dire (dicere), pensare (cogitare), comprendere (intelligere), sapere (scire)

5. Differenza tra 'maius omnibus' e 'id quo maius cogitari nequit'

6. Differenza tra 'id quo maius cogitari nequit' e le cose dubbie e false

7. Differenza tra pensare Dio e pensare 'id quo maius cogitari nequit'

8. L'esempio del pittore - Pensare 'id quo maius cogitari nequit'

9. Chi pensa 'id quo maius non possit cogitari' pensa 'quod non possit non esse'

10. 'Id quo maius cogitari non potest' e la essenza divina

 

 


Anselmo d'Aosta

La vita

Anselmo nacque ad Aosta nel 1033.

La famiglia era di nobili origini e probabilmente la madre era imparentata con i conti di Savoia.

Secondo la prassi dei giovani studenti dell'epoca studiò in diversi luoghi: Borgogna, Francia e Normandia.

Nel 1059, a 26 anni, si recò presso l'abbazia benedettina del Bec, in Normandia. Vi insegnava logica Lanfranco di Pavia, che era anche priore del convento.

Nel 1060 Anselmo si fece monaco.

Nel 1063 divenne priore al posto di Lanfranco, nominato abate di Saint Etienne a Caen.

Nel 1066 i Normanni conquistarono l'Inghilterra.

Nel 1070 Guglielmo il Conquistatore, re d'Inghilterra, fece nominare Lanfranco arcivescovo di Canterbury.

Nel 1078 morì Erluino, fondatore dell'abbazia del Bec, e Anselmo, quarantacinque anni, divenne abate.

Nel 1089 Lanfranco morì.

Nel 1093 Anselmo, sessanta anni, fu nominato arcivescovo di Canterbury.

Nel 1097, a seguito di contrasti con il re Guglielmo il Rosso, Anselmo dovette lasciare l'Inghilterra. Si recò a Cluny, Lione, Roma, Capua, Bari.

Nel 1100 Guglielmo il Rosso morì e Anselmo rientrò a Canterbury.

Nel 1103 Anselmo, ormai settantenne, dovette lasciare per la seconda volta Canterbury per contrasti con il nuovo re Enrico. Si recò al Bec, a Chartres, a Roma, a Lione, a Cluny.

Nel 1106 rientrò a Canterbury.

Il 21 aprile 1109 Anselmo, all'età di settantasei anni, morì a Canterbury.

 

Le opere del periodo presso l'abbazia del Bec

Nel 1076 Anselmo, a quarantatre anni, compose il Monologion.

Nel 1077-1078 il Proslogion.

Nel 1080-1085 scrisse la trilogia De veritate, De libertate arbitri e De casu diaboli, oltre al De grammatico, testo di semantica medievale.

Nel 1092 redasse la Epistola de Incarnatione Verbi.

 

Le opere durante il primo esilio

Nel 1098, a sessantacinque anni, terminò la composizione del Cur Deus homo.

Nel 1099 Anselmo compose il De conceptu virginali et originali peccato.

 

Le opere del secondo e ultimo periodo di Canterbury

Nel 1102 compose De processione Spiritus Sancti.

Nel 1107-1108 Anselmo, a settantacinque anni, redasse l'ultima grande opera: De concordia praescentiae et praedestinationis et gratiae Dei cum libero arbitrio.

 

Anselmo Dottore della Chiesa

Il pontefice Alessandro III nel 1163 concesse all'arcivescovo di Canterbury, Tommaso Becket, di procedere all'elevazione del corpo del suo predecessore, atto che a quel tempo corrispondeva a tutti gli effetti ad un'odierna canonizzazione.

Sant'Anselmo d'Aosta fu annoverato tra i Dottori della Chiesa da papa Clemente XI l'8 febbraio 1720.

Anselmo è detto Doctor Magnificus.

La Chiesa Cattolica commemora Sant'Anselmo il 21 aprile.


 

L'argomento logico di Anselmo d'Aosta nel Proslogion

 

Le prove dell'esistenza di Dio

Anselmo d'Aosta si pose il problema di trovare una prova della esistenza di Dio che fosse assolutamente inconfutabile. Inoltre una tale prova doveva valere non solo per il credente ma anche e soprattutto per il non credente (insipiens). Quindi occorreva fare ricorso solo ad elementi strettamente filosofici.

Le prove dell'esistenza di Dio si suole distinguerle in prove a priori e prove a posteriori.

Le prove a priori non dipendono dalla esperienza (ovvero da informazioni provenienti dalle caratteristiche contingenti del mondo attuale), ma dalla pura ragione, anche se la comprensione della prova deriva in tutto o in parte dall’esperienza.

Le prove a posteriori dipendono da un appello all’esperienza (ovvero da informazioni provenienti dalle caratteristiche contingenti del mondo attuale).

Anselmo decise di provare l'esistenza di Dio a priori, in modo logico, senza far ricorso alla esperienza del mondo.

 

Argomento "logico" o "ontologico"?

La denominazione di argomento "ontologico" è stata attribuita alla prova dell'esistenza di Dio di Anselmo in modo assolutamente anacronistico, ma è invalsa nell'uso e pertanto la utilizziamo con le opportune riserve sia storiche sia filosofiche.

Più correttamente si deve parlare di argomento "logico".

 

Testi di riferimento

Anselmo presentò la prova logica dell'esistenza di Dio nel libro intitolato Proslogion ai capitoli 2-4.

Il Proslogion venne reso noto nel 1077.

L'abate Gaunilone decise immediatamente di contestare la prova logica dell'esistenza di Dio con un breve scritto Quid ad haec respondeat quidam pro insipiente, denominato anche Pro insipiente.

Anselmo rispose all'abate Gaunilone con un altro scritto Quid ad haec respondeat editor ipsius libelli, denominato anche Liber apologeticus contra Gaunilonem.

Da allora per volontà di Anselmo i tre testi vengono riportati insieme.

In appendice al presente articolo si trova il testo originale degli scritti di Anselmo e Gaunilone.

 

Contenuto del capitolo secondo del Proslogion: Dio esiste veramente

Anselmo nel capitolo secondo del Proslogion procede alla dimostrazione dell'esistenza di Dio nel seguente modo:

Dio è "Ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore" (aliquid quo nihil maius cogitari possit).

Quando si sente (cum audit hoc ipsum quod dico) "Ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore" si comprende ciò che si sente (intelligit quod audit).

Ciò che si comprende è nell'intelletto (et quod intelligit in intellectu eius est), anche se non si comprende il suo essere (etiam si non intelligat illud esse).

Occorre distinguere: altro è che una cosa sia nell'intelletto, altro è comprendere che una cosa esista (Aliud enim est rem esse in intellectu, aliud intelligere rem esse)

"Ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore" non può essere solo nell'intelletto (certe id quo maius cogitari nequit, non potest esse in solo intellectu).

Se infatti fosse nel solo intelletto, si potrebbe pensare qualcosa che fosse anche esistente nella realtà (Si enim vel in solo intellectu est, potest cogitari esse et in re); e questo qualcosa sarebbe maggiore (quod maius est) di qualcosa esistente solo nell'intelletto.

Se "ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore" fosse solo nell'intelletto (Si ergo id quo maius cogitari non potest, est in solo intellectu), "ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore" sarebbe "ciò di cui possiamo pensare il maggiore" (id ipsum quo maius cogitari non potest, est quo maius cogitari potest). E questa è una contraddizione.

Quindi "ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore" esiste senza dubbio nell'intelletto e nella realtà (Existit ergo procul dubio aliquid quo maius cogitari non valet, et in intellectu et in re).

 

Contenuto del capitolo terzo del Proslogion: Non si può pensare che Dio non esista

Anselmo nel capitolo terzo dimostra che quanto affermato è talmente vero che non si può neppure pensare che Dio non esista (Quod utique sic vere est, ut nec cogitari possit non esse):

Si può pensare che esista qualcosa (Nam potest cogitari esse aliquid), che non si può pensare non esista (quod non possit cogitari non esset).

Questa cosa è maggiore di ciò che si può pensare non esista (quod maius est quam quod non esse cogitari potest).

Quindi se "la cosa che non può essere pensata maggiore" (Quare si id quo maius nequit cogitari), potesse essere pensata non esistente (potest cogitari non esse), allora "la cosa che non può essere pensata maggiore" (id ipsum quo maius cogitari nequit), non sarebbe "la cosa che non può essere pensata maggiore" (non est id quo maius cogitari nequit). E questo è impossibile.

Perciò è vero che "la cosa di cui non può essere pensata una maggiore" (Sic ergo vere est aliquid quo maius cogitari non potest), non può essere pensata non esistente (ut nec cogitari possit non esse).

Dio è "la cosa di cui non può essere pensata una maggiore".

Quindi non si può pensare che Dio non esista (nec cogitari possit non esse).

 

Contenuto del capitolo quarto del Proslogion: In che modo l'insipiente disse nel suo cuore ciò che non si può pensare

Se non si può nemmeno pensare che Dio non esista, allora come è possibile che l'insipiente dica che Dio non esiste (verum quomodo dixit in corde quod cogitare non potuit)? Anselmo risponde:

Si può pensare o dire nel cuore qualcosa in più di un modo (non uno tantum modo dicitur aliquid in corde vel cogitatur).

In un modo si pensa la cosa quando si pensa la parola che la significa (Aliter enim cogitatur res cum vox eam significans cogitatur).

In un altro modo si pensa la cosa quando si comprende ciò che la cosa è (aliter cum id ipsum quod res est intelligitur).

Nel primo modo si può pensare che Dio non esista, nel secondo no (Illo itaque modo potest cogitari deus non esse, isto vero minime).

Nessuno che comprenda ciò che è Dio, può pensare che Dio non esista (Nullus quippe intelligens id quod est deus, potest cogitare quia deus non est); sebbene possa dire queste parole senza alcun significato o con un qualche significato estraneo (licet haec verba dicat in corde, aut sine ulla aut cum aliqua extranea significatione).

Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore (Deus enim est id quo maius cogitari non potest).

Chi comprende bene questo, lo comprende come esistente (Quod qui bene intelligit, utique intelligit id ipsum sic esse), e non può assolutamente pensarlo non esistente (ut nec cogitatione queat non esse).

Quindi chi comprende ciò che è Dio (Qui ergo intelligit sic esse deum), non può nemmeno pensare che non esista (nequit eum non esse cogitare).

Anselmo termina affermando che anche se non si volesse credere all'esistenza di Dio, non si potrebbe non comprenderla (ut si te esse nolim credere, non possim non intelligere).

 

 


 

Le obiezioni dell'abate Gaunilone

Gaunilone

Gaunilone era un monaco benedettino come Anselmo. Viveva nell'abbazia di Marmoutier, vicino a Tours.

Dopo aver letto e attentamente studiato il Proslogion decise di scrivere una critica ai capitoli da 2 a 4.

Gaunilone era fermamente convinto che si potesse pensare che Dio non esiste e che quindi l'argomento di Anselmo fosse errato.

Con la critica di Gaunilone ebbe inizio la discussione filosofica sulla prova dell'esistenza di Dio a priori. Una storia che continua ancora ai nostri giorni e che ha coinvolto pensatori come Tommaso d'Aquino, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Kant, Hegel, Gödel.

Gaunilone si mantenne accuratamente sul terreno filosofico evitando ogni riferimento ad argomentazioni teologiche.

Articolò la sua opera in otto capitoli.

Nel primo capitolo riassunse l'argomento di Anselmo.

Nei capitoli da 2 a 4 fece un'analisi del significato di "essere nell'intelletto" (esse in intellectu) contestando che "ciò di cui non si può pensare il maggiore" sia un vero concetto.

Nei capitoli da 5 a 7 analizzò la differenza tra essere nel pensiero ed essere nella realtà. In questa seconda parte Gaunilone sviluppò il tema che anche qualora si ammettesse che "ciò di cui non si può pensare il maggiore" sia un vero concetto, nondimeno sarebbe impossibile concludere per la sua esistenza necessaria nella realtà.

Nel capitolo 8 fece l'elogio del Proslogion pur ribadendone i limiti.

 

Contenuto del capitolo secondo del Pro insipiente: Distinzione tra pensare (cogitare) e comprendere (intelligere)

Gaunilone inizia la sua critica affermando che se qualcosa è nel mio intelletto solo perché appena qualcosa viene detta la comprendo (id quod dicitur intelligo), allora anche le cose false sono nell'intelletto appena vengono dette (cum ea dicente aliquo, quaecumque ille diceret, ego intelligerem).

Può esservi tuttavia un essere nell'intelletto diverso da quello delle cose false e dubbie: quando si possa per altre vie avere conoscenza che ciò che viene detto esiste nella realtà (quia scilicet non possim hoc aliter cogitare, nisi intelligendo id est scientia comprehendendo re ipsa illud existere). In tal caso si passa da pensare a comprendere (et ideo non dicor illum auditum cogitare vel in cogitatione habere, sed intelligere et in intellectu habere).

In assenza di tale prova è possibile pensare (cogitare) che Dio non esiste (quo etiam potest non esse deus).

Che esista un ente tale che appena pensato debba essere percepito dall'intelletto come esistente in modo indubitabile (quod tale sit illud ut non possit nisi mox cogitatum indubitabilis existentiae suae certo percipi intellectu), deve essere provato con un argomento che non sia dubbio (indubio aliquo probandum mihi est argumento).

Certamente non basta affermare che qualcosa sia nell'intelletto quando si comprende ciò che viene udito (non autem isto quod iam sit hoc in intellectu meo cum auditum intelligo).

In questo modo potrebbero esistere anche le cose dubbie o false, appena fossero comprese le parole dette da qualcuno (in quo similiter esse posse quaecumque alia incerta vel etiam falsa ab aliquo cuius verba intelligerem dicta adhuc puto).

 

 

Contenuto del capitolo terzo del Pro insipiente: Invalidità dell'esempio del pittore

Nel capitolo secondo del Proslogion Anselmo aveva affermato che: "Altro è che una cosa sia nell'intelletto, ed altro comprendere che la cosa esista (Aliud enim est rem esse in intellectu, aliud intelligere rem esse)".

E come esempio aveva portato il seguente:

"Quando il pittore pensa a ciò che farà, egli ha qualcosa nell'intelletto, ma non la comprende ancora come esistente finché non la fa (Nam cum pictor praecogitat quae facturus est, habet quidem in intellectu, sed nondum intelligit esse quod nondum fecit)".

"Quando l'ha dipinta allora l'ha nell'intelletto e comprende l'esistenza di ciò che ha fatto (Cum vero iam pinxit, et habet in intellectu et intelligit esse quod iam fecit)".

Ma Gaunilone sottolinea che la pittura prima di essere dipinta si trova nell'arte del pittore (illa enim pictura antequam fiat in ipsa pictoris arte habetur), e non è altro che parte della sua intelligenza (et tale quippiam in arte artificis alicuius nihil est aliud quam pars quaedam intelligentiae ipsius).

Ora relativamente a tutte quelle cose che, ad esclusione di quelle che appartengono alla stessa natura della mente (extra illa quae ad ipsam mentis noscuntur pertinere naturam), l'intelletto percepisce come vere per averle sentite o pensate (aut auditum aut excogitatum intellectu percipitur verum), occorre fare una distinzione: una cosa è il contenuto vero e una cosa è l'intelletto con il quale quel contenuto viene compreso (aliud sine dubio est verum illud, aliud intellectus ipse quo capitur).

Quindi, anche se fosse vero che esiste "qualcosa di cui non può essere pensato nulla di maggiore" (Quocirca etiam si verum sit esse aliquid quo maius quicquam nequeat cogitari), tuttavia questo qualcosa, udito e compreso, non sarebbe come la pittura ancora non fatta nell'intelletto del pittore (non tamen hoc auditum et intellectum tale est qualis nondum facta pictura in intellectu pictoris).

 

Contenuto del capitolo quarto del Pro insipiente: Si può pensare che Dio non esiste

Non è possibile, per averlo udito, né pensare né avere nell'intelletto (cogitare auditum vel in intellectu habere non possum) "ciò che è maggiore di tutte le cose che possono essere pensate" (illud omnibus quae cogitari possint maius), come una cosa nota per specie o per genere (secundum rem vel ex specie mihi vel ex genere notam).

Per questo motivo si può pensare che Dio non esiste (quam nec ipsum deum, quem utique ob hoc ipsum etiam non esse cogitare possum).

Infatti non si può pensare la cosa stessa, ossia Dio, né si può derivarne la conoscenza da qualcosa di simile (neque enim aut rem ipsam novi aut ex alia possum conicere simili), poiché lo stesso Anselmo asserisce che non ne esiste una simile (quandoquidem et tu talem asseris illam, ut esse non posse quicquam).

Se si sentisse parlare di un uomo ignoto, di cui si ignorasse l'esistenza, sarebbe possibile pensarlo secundum rem in base alle informazioni che si hanno su di un uomo in generale. Ma chi parla potrebbe anche mentire sulla esistenza di quello specifico uomo. E quell'uomo non esisterebbe anche se lo si fosse pensato correttamente in base alla nozione generale di uomo.

Quando si sente dire "Dio" o "qualcosa maggiore di tutto" non è possibile averlo nel pensiero o nell'intelletto (habere possum illud cum audio dici "deus" aut "aliquid omnibus maius" in cogitatione vel in intellectu) come si avrebbe nel pensiero o nell'intelletto quella cosa falsa (ut haberem falsum istud in cogitatione vel in intellectu).

Infatti la cosa falsa la posso pensare in conformità ad una realtà vera a me nota (cum quando illud secundum rem veram mihique notam cogitare possem).

Invece Dio non posso pensarlo se non secondo le parole (istud omino nequeam nisi tantum secundum vocem). Ma con le sole parole si può pensare il vero molto poco o per niente (secundum quam solam aut vix aut numquam potest ullum cogitari verum).

Quando si pensa in questo modo non si pensa la parola stessa, ossia il suono delle lettere o delle sillabe, che è certamente vera (siquidem cum ita cogitatur, non tam vox ipsa quae res est utique vera, hoc est litterarum sonus vel syllabarum), ma si pensa il significato della parola udita (quam vocis auditae significatio cogitetur)

Ma non si pensa come colui che conosce ciò che quella parola suole significare (sed non ita ut ab illo qui novit, quid ea soleat voce significari), dal quale è pensata secondo la realtà vera almeno nel pensiero (a quo scilicet cogitatur secundum rem vel in sola cogitatione veram).

La si pensa invece come chi non conosce il significato (verum ut ab eo qui illud non novit) e pensa solo secondo il moto dell'animo prodotto dall'aver udito la parola (et solummodo cogitat secundum animi motum illius auditu vocis effectum) e cerca di dare un significato alla parola percepita (significationemque perceptae vocis conantem effingere sibi).

Se si riuscisse in tale modo a raggiungere la verità sarebbe veramente una cosa sorprendente (quod mirum sit, si umquam rei veritate potuerit).

Quindi, quando si sente e si comprende che qualcuno dice che esiste "qualcosa maggiore di tutte le cose che si possono pensare" (cum audio intelligoque dicentem esse aliquid maius omnibus quae valeant cogitari), questo si ha nell'intelletto nel modo descritto e non diversamente (ita ergo prorsus aliter adhuc in intellectu meo constat illud haberi).

 

Contenuto del capitolo quinto del Pro insipiente: Se si pensa Dio secundum vocem non è possibile dimostrarne l'esistenza secundum rem

Dopo aver dimostrato che non esiste nel pensiero un vero concetto (secundum rem) di Dio, come "qualcosa maggiore di tutte le cose che si possono pensare", Gaunilone passa alla seconda parte della sua confutazione dell'argomento di Anselmo: non si può passare dall'essere nel pensiero all'essere nella realtà.

Secondo Anselmo, dice Gaunilone, "ciò di cui non è possibile pensare il maggiore", di cui si è già provata l'esistenza nell'intelletto, esiste necessariamente nella realtà, perché se così non fosse, qualunque cosa esistesse nella realtà sarebbe maggiore.

Gaunilone risponde che anche ammesso che "ciò di cui non è possibile pensare il maggiore" esista nell'intelletto (Si esse dicendum est in intellectu), non è possibile derivarne l'esistenza nella realtà (sed quia per hoc esse quoque in re non potest ullatenus obtinere) senza che sia provata con un argomento indubitabile (quousque mihi argomento probetur indubio).

L'unica esistenza che si può concedere al "più grande di tutti" (maius omnibus) è quella secondo la parola udita come qualcosa di ignoto che la mente tenta di rappresentarsi (nec aliud ei esse concedo quam illud, si dicendum est "esse", cum secundum vocem tantum auditam prorsus ignotam sibi conatur animus effingere).

Prima è necessario che sia certo che lo stesso essere "più grande" esista come cosa vera da qualche parte (Prius enim certum mihi necesse est fiat re vera esse alicubi maius ipsum), e allora soltanto non sarà più incerto che sussiste anche in se stesso per il fatto che è "maggiore di tutte le cose" (et tum demum ex eo quod maius est omnibus, in seipso quoque subsistere non erit ambiguum).

 

Contenuto del capitolo sesto del Pro insipiente: L'Isola Perduta

Gaunilone presenta una specie di parodia dell'argomento di Anselmo.

Qualcuno potrebbe dire che esiste nell'Oceano un'Isola, che a causa della difficoltà di trovarla è denominata Perduta, e che questa isola è più ricca di beni di ogni altra terra abitata.

Tutto ciò, dice Gaunilone, è perfettamente comprensibile.

Questo qualcuno poi potrebbe aggiungere come conseguenza: non puoi dubitare che questa isola migliore di tutte le altre terre esista in realtà da qualche parte (non potes ultra dubitare insulam illam terris omnibus praestantiorem vere esse alicubi in re).

Infatti se non esistesse nella realtà, qualsiasi altra terra esistente nella realtà sarebbe migliore di essa (quia nisi fuerit, quaecumque alia in re est terra, praestantior illa erit).

Ora, conclude Gaunilone, se qualcuno volesse convincermi dell'esistenza dell'isola con tali argomenti senza lasciare adito a ulteriori dubbi (si inquam per haec ille mihi velit astruere de insula illa quod vere sit ambigendum ultra non esse), o crederei ad uno scherzo (aut iocari illum credam) oppure non saprei chi giudicare più stolto se il sottoscritto, nel caso gli credessi, o lui, che crede di aver dimostrato in tal modo l'esistenza dell'isola (aut nescio quem stultiorem debeam reputare, utrum me si ei concedam, an illum si se pute aliqua certidudine insulae illius essentiam astruxisse).

Prima occorre dimostrare che la superiorità dell'isola si trova nel mio intelletto come una cosa vera e indubbiamente esistente, e non come una cosa falsa o incerta (nisi prius ipsam praestantiam eius solummodo sic rem vere atque existentem nullatenus sicut falsum aut incertum aliquid in intellecto meo esse docuerit).

 

Contenuto del capitolo settimo del Pro insipiente: Critica conclusiva dell'argomento

Gaunilone insiste sul fatto che occorre prima di tutto provare con qualche argomento certissimo che esiste qualcosa di superiore, ossia maggiore e migliore di tutte le cose che esistono in natura (quapropter certissimo primitus aliquo probandum est argomento aliquam superiorem, hoc est maiorem ac meliorem omnium quae sunt esse naturam).

Da questo possiamo provare tutte le altre cose, tra le quali necessariamente non può mancare "ciò che è il maggiore e migliore di tutti" (ut ex hoc alia iam possimus omnia comprobare, quibus necesse est illud quod maius ac melius est omnibus non carere).

Inoltre quando si dice che la somma realtà non si può pensare non esistente (cum autem dicitur quod summa res ista non esse nequeat cogitari) sarebbe meglio dire che non è possibile comprendere il suo non essere o perfino il suo poter non essere (melius fortasse diceretur, quod non esse aut etiam posse non esse non possit intellegi).

Infatti le cose false non si possono comprendere, ma possono essere pensate (falsa nequeunt intellegi, quae possunt utique eo modo cogitari).

Io so certissimamente di esistere, ma so anche che potrei non esistere (Et me quoque esse certissime scio, sed et posse non esse nihilominus scio).

Io comprendo senza alcun dubbio che ciò che è il sommo vero, ossia Dio, esiste e non può non esistere (Summum verum illud quod est, scilicet deus, et esse et non esse non posse indubitanter intelligo).

Io non so se posso pensare me stesso non essere quando so con certezza che esisto (Cogitare autem me non esse quamdiu esse certissime scio).

Ma se posso: perché non potrebbe essere lo stesso per tutte le altre cose che so (Sed si possum: cur non et quidquid aliud eadem certitudine scio)?

E se non posso: questa impossibilità non sarà una esclusiva di Dio (Si autem non possum: non erit iam istud propriu deo).

 


 

 

La risposta di Anselmo d'Aosta alle obiezioni dell'abate Gaunilone

La risposta di Anselmo

La risposta di Anselmo alle obiezioni di Gaunilone è articolata nel seguente modo:

 

Contenuto del capitolo primo del Liber apologeticus: Se 'id quo maius cogitari nequit' può essere pensato, allora esiste necessariamente

Anselmo usa la fede e la coscienza di Gaunilone per riaffermare che "ciò di cui non si può pensare il maggiore" è veramente compreso e pensato ed è nell'intelletto e nel pensiero (...fide et conscientia tua utor pro firmissimo argumento. Ergo "quo maius cogitari non potest" vere intelligitur et cogitatur et est in intellectu et cogitatione).

Anselmo sostiene poi che "ciò di cui non si può pensare il maggiore" non può essere pensato esistere se non senza inizio (Nam "quo maius cogitari nequit" non potest cogitari esse nisi sine initio). Qualunque cosa che si possa pensare esistere e non esistere può essere pensata in relazione ad un inizio (Quidquid autem potest cogitari esse et non est, per initium potest cogitari esse).

Quindi "ciò di cui non si può pensare il maggiore" non può essere pensato esistere e non esistere (Non ergo "quo maius cogitari nequit" cogitari potest esse et non est). Quindi se può essere pensato esistente, allora esiste per necessità (Si ergo cogitari potest esse, ex necessitate est).

Tutto ciò che può essere pensato e non esiste, se esistesse, non sarebbe "ciò di non si può pensare il maggiore" (At quidquid cogitari possit potest et non est: si esset, non esset "quo maius cogitari non possit").

Senza dubbio ciò che in qualche luogo o in qualche tempo non esiste, anche se in qualche luogo e in qualche tempo esistesse, si potrebbe pensare non esistente in nessun luogo e in nessun tempo (Procul dubio, quidquid alicubi aut aliquando non est: etiam si est alicubi aut aliquando, potest tamen cogitari numquam et nusquam esse).

Ciò che risulta dalla unione di parti può essere distinto nel pensiero e può non essere (Sed et quod partibus coniunctum est, cogitatione dissolvi et non esse potest). Per cui se non esistesse in qualche luogo e in qualche tempo, anche se esistesse, potrebbe essere pensato non esistente (Quare quidquid alicubi aut aliquando totum non est: etiam si est, potest cogitari non esse).

Ma "ciò di cui non si può pensare il maggiore", se esistesse, non si potrebbe pensare non esistere (At "quo maius nequit cogitari": si est, non potest cogitari non esse), altrimenti, se esistesse, non sarebbe "ciò di cui non si può pensare il maggiore", e questa sarebbe una contraddizione (Alioquin si est, non est quo maius cogitari non possit; quod non convenit). Quindi non esiste in qualche luogo o in qualche tempo, ma esiste sempre ed ovunque (Nullatenus ergo alicubi aut aliquando totum non est, sed semper et ubique totum est).

Alla obiezione di Gaunilone che qualcosa non è compresa e non è nell'intelletto se non è compresa interamente (Quod si dicis, non intellegi et non esse in intellectu quod non penitus intelligitur), Anselmo risponde che allora si dovrebbe dire, allo stesso modo, che chi non può guardare la luce purissima del sole, non vede la luce del giorno, che non è altro che la luce del sole (dic quia qui non potest intueri purissimam lucem solis, non videt lucem diei, quae non est nisi lux solis).

Anselmo conclude che certamente "ciò di cui non si può pensare il maggiore" è compreso ed è nell'intelletto, almeno in modo tale che queste cose relativamente ad esso siano comprese (Certe vel hactenus intelligitur et est in intellectu "quo maius cogitari nequit", ut haec de eo intelligantur).

 

Contenuto del capitolo secondo del Liber apologeticus: 'Id quo maius cogitari non potest' non può essere nel solo intelletto

Anselmo ribadisce che:

 

Contenuto del capitolo terzo del Liber apologeticus: Non si può pensare non esistente 'id quo maius cogitari non potest'

Con questo capitolo inizia la seconda parte della risposta di Anselmo a Gaunilone. Vengono affrontate le obiezioni maggiori.

Anselmo risponde all'esempio dell'Isola Perduta affermando che è pronto a trovare e a regalare l'Isola Perduta a chi riuscirà a dimostrare che il concatenamento della sua argomentazione si possa applicare a qualcosa di esistente nel pensiero o nella realtà che sia diverso da "ciò di cui non si può pensare il maggiore" (Fidens loquor, quia si quis invenerit mihi aut re ipsa aut sola cogitatione existens praeter "quo maius cogitari non possit", cui aptare valeat conexionem huius meae argumentationis: inveniam et dabo illi perditam insulam amplius non perdendam).

E' evidente che "ciò di cui non si può pensare il maggiore" non può essere pensato non esistente. "Ciò di cui non si può pensare il maggiore" esiste secondo la ragione certa della verità (quod tam certa ratione veritatis existit). Altrimenti non esisterebbe in alcun modo (Aliter enim nullatenus existeret).

Se "ciò di cui non si può pensare il maggiore" potesse essere pensato non esistente, si potrebbe pensare che avesse una fine ed un principio. Ma questo è impossibile (Si enim posset cogitari non esse, cogitari posset habere principium et finem. Sed hoc non potest).

Chi pertanto pensa "ciò di cui non si può pensare il maggiore", pensa qualcosa che non può essere pensata non esistente (Qui ergo illud cogitat, aliquid cogitat quod nec cogitari non esse possit).

 

Contenuto del capitolo quarto del Liber apologeticus: Dire (dicere), pensare (cogitare), comprendere (intelligere), sapere (scire)

Gaunilone aveva affermato che quando si dice che la somma realtà "non può essere pensata" non esistente (cum dicitur quod summa res ista non esse nequeat cogitari), sarebbe meglio dire che "non si può comprendere" che non esista o possa non esistere (melius fortasse diceretur quod non esse aut etiam posse non esse non possit intellegi).

Anselmo risponde che invece bisognava proprio dire "non si può pensare".

Infatti, dice Anselmo, se avessi accettato di usare il verbo "comprendere", allora Gaunilone avrebbe potuto obiettare che nulla di ciò che esiste può essere compreso come non esistente (nihil quod est posse intellegi non esse).

Secondo il significato attribuito da Gaunilone al verbo "comprendere", le cose false non possono essere comprese (quia secundum proprietatem verbi istius falsa nequeunt intellegi). Ora è falso che ciò che è non sia (Falsum est enim non esse quod est).

Quindi non sarebbe proprio di Dio non poter essere compreso non esistente (Quare non esse proprium deo non posse intelligi non esse).

E se qualcuna di quelle cose che esistono certissimamente potesse essere compresa non esistere, similmente le altre cose certe potrebbero essere comprese non esistere (Quod si aliquid eorum quae certissime sunt potest intellegi non esse, similiter et alia certa non esse posse intellegi).

Se invece, dice Anselmo, si usasse il termine "pensare" la obiezione cadrebbe.

Anche se nessuna di quelle cose che esistono può essere compresa non esistente, tuttavia tutte possono essere pensate non esistenti, ad esclusione di ciò che esiste sommamente (Nam et si nulla quae sunt possint intellegi non esse, omnia tamen possunt cogitari non esse, praeter id quod summe est).

Le cose che hanno un inizio ed una fine, o una composizione di parti, possono essere pensate tutte non esistere (Illa quippe omnia et sola possunt cogitari non esse, quae initium aut finem aut partium habent coniunctionem), e lo stesso vale per ciò che non è un tutto in qualche luogo e in qualche tempo (quidquid alicubi aut aliquando totum non est).

Gaunilone aveva affermato di non sapere di poter pensare di non essere, pur essendo certissimo di essere. Anselmo si meraviglia del dubbio di Gaunilone (Scito igitur potes cogitare te non esse, quamdiu esse certissime scis; quod te miror dixisse nescire).

Possiamo infatti pensare non esistenti molte cose che sappiamo esistere, e pensare esistenti molte cose che sappiamo non esistere (Multa namque cogitamus non esse quae scimus esse, et multa esse quae non esse scimus).

Si può pensare che qualcosa non esista, mentre sappiamo che esiste, perché contemporaneamente quello possiamo pensare e questo sappiamo (Et quidem possumus cogitare aliquid non esse, quamdiu scimus esse, quia simul et illud possumus et istud scimus).

E non possiamo pensare che qualcosa non esista, mentre sappiamo che esiste, perché non possiamo pensare contemporaneamente che sia e non sia (Et non possumus cogitare non esse, quamdiu scimus esse, quia non possumus cogitare esse simul et non esse).

Pertanto nulla può essere pensato non esistere, quando si sa che esiste (nihil, quamdiu esse scitur, posse cogitari non esse) ed ogni cosa, ad eccezione di ciò di cui non si può pensare il maggiore, anche quando si sa che esiste, può essere pensata non essere (et quidquid est praeter id quo maius cogitari nequit, etiam cum scitur esse, posse non esse cogitari).

E' proprio di Dio non poter essere pensato non essere (Sic igitur et proprium est deo non posse cogitari non esse), e tuttavia molte cose non possono essere pensate, mentre sono, non esistere (et tamen multa non possunt cogitari, quamdiu sunt, non esse).

 

 

Contenuto del capitolo quinto del Liber apologeticus: Differenza tra 'maius omnibus' e 'id quo maius cogitari nequit'

Con questo capitolo inizia la terza parte della risposta di Anselmo a Gaunilone. Vengono affrontate le obiezioni minori.

Gaunilone nel riportare l'argomento di Anselmo aveva a volte utilizzato l'espressione "maggiore di tutti" anziché "ciò di cui non si può pensare il maggiore".

Anselmo afferma che non ha lo stesso valore dire "maggiore di tutti" e "ciò di cui non si può pensare il maggiore" ai fini della prova che ciò che si dice esiste nella realtà (Non enim idem valet quod dicitur "maius omnibus" et "quo maius cogitari nequit", ad probandum quia est in re quod dicitur).

Con "ciò di cui non si può pensare il maggiore" è possibile dimostrare l'argomento. Ma con "maggiore di tutti" non è altrettanto facile provare l'argomento (Hoc autem non tam facile probari posse videtur de eo quod maius dicitur omnibus).

Infatti non è indubitabile che, se esiste qualcosa "maggiore di tutti", non sia altro che "ciò di cui non si può pensare pensare il maggiore" (nec sic est indubitabile quia, si est aliquid "maius omnibus", non est aliud quam "quo maius non possit cogitari").

Il "maggiore di tutti" può essere pensato non esistente e se ne può pensare uno maggiore (Quid enim si quis dicat esse aliquid maius omnibus quae sunt, et idipsum tamen posse cogitari non esse, et aliquid maius eo etiam si non sit, posse tamen cogitari?).

Inoltre il "maggiore di tutti" ha bisogno di un altro argomento a cui appoggiarsi; invece "ciò di cui non si può pensare il maggiore" sussiste di per sé (Illud namque alio indiget argumento quam hoc quod dicitur "omnibus maius"; in isto vero non est opus alio quam hoc ipso quod sonat "quo maius cogitari non possit").

Quindi non è possibile provare del "maggiore di tutti" quelle cose che per sé stesso prova "ciò di cui non si può pensare il maggiore" (Ergo si non similiter potest probari de eo quod "maius omnibus" dicitur, quod de se per seipsum probat "quo maius nequit cogitari").

 

Contenuto del capitolo sesto del Liber apologeticus: Differenza tra 'id quo maius cogitari nequit' e le cose dubbie e false

Gaunilone aveva obiettato che anche le cose false o dubbie possono essere comprese ed essere nell'intelletto allo stesso modo di "ciò di cui non si può pensare il maggiore" (Quod autem obicis quaelibet falsa vel dubia similiter posse intellegi et esse in intellectu, quemadmodum illud quod dicebam).

Anselmo risponde che era sua intenzione mostrare che se "ciò di cui non si può pensare il maggiore" viene compreso ed esiste nell'intelletto, allora conseguentemente si può considerare se esiste solo nell'intelletto, come le cose false, oppure nella realtà, come le cose vere (cui primum hoc sat erat, ut quolibet modo illud intellegi et esse in intellectu ostenderem, quatenus consequenter consideraretur, utrum esset in solo intellctu, velut falsa, an in re vera, ut vera).

Se le cose false e dubbie sono comprese e sono nell'intelletto, perché, appena vengono dette, chi le sente comprende cosa voleva significare colui che le diceva, allora nulla proibisce che "ciò di cui non si può pensare il maggiore" sia compreso e sia nell'intelletto (Nam si falsa et dubia hoc modo intelliguntur et sunt in intellectu, quai cum dicuntur, audiens intellegi quid dicens significet, nihil prohibet quod dixi intellegi et esse in intellectu).

Anselmo pensa inoltre di cogliere una contraddizione nelle argomentazioni di Gaunilone. Da un lato Gaunilone afferma che se qualcuno dice delle cose false queste vengono comprese e sono nell'intelletto, dall'altro afferma che comprendere significa conoscere con scienza che qualcosa esiste. Le due affermazioni non sono compatibili (quomodo inquam conveniant et falso intellegi et intelligere esse scientia comprehendere existere aliquid: nil ad me tu videris).

Infine Anselmo afferma che se anche le cose false in qualche modo sono comprese, e questa non è la unica definizione di ogni comprensione, allora non deve essere ripreso per aver detto che "ciò di cui non si può pensare il maggiore" viene compreso ed esiste nell'intelletto, anche prima che sia certo che esiste nella realtà (Quodsi et falsa aliquo modo intelliguntur, et non omnis sed cuiusdam intellectus est haec definitio: non debui reprehendi, quia dixi "quo maius cogitari non possit" intellegi et in intellectu esse, etiam antequam certum esse re ipsa illud existere).

 

Contenuto del capitolo settimo del Liber apologeticus: Differenza tra pensare Dio e pensare 'id quo maius cogitari nequit'

Gaunilone aveva affermato che a stento è credibile che "ciò di cui non si può pensare il maggiore", appena viene detto e viene sentito, non si possa pensare non esistere mentre si può pensare che Dio non esista (Deinde quod dicis vix umquam posse esse credibile, cum dictum et auditum fuerit istud, non eo modo posse cogitari non esse quo etiam potest cogitari non esse deus).

Anselmo risponde che non è credibile che qualcuno neghi "ciò di cui non si può pensare il maggiore", che in qualche modo appena udito comprende, perché nega Dio, il cui senso in nessun modo può pensare (Quare nec credibile potest esse idcirco quemlibet negare "quo maius cogitari nequi", quod auditum aliquatenus intelligit: quia negat deum, cuius sensum nullo modo cogitat).

Per provare l'esistenza di Dio si parte ragionevolmente da "ciò di cui non si può pensare il maggiore", infatti il primo non è compreso in nessun modo, il secondo in qualche modo (Non ergo irrationabiliter contra insipientem ad probandum deum esse attuli "quo maius cogitari non possit", cum illud nullo modo, istud aliquo modo intelligeret).

 

Contenuto del capitolo ottavo del Liber apologeticus: L'esempio del pittore - Pensare 'id quo maius cogitari nequit'

Gaunilone aveva affermato che "ciò di cui non si può pensare il maggiore" non era assimilabile alla pittura non ancora eseguita ed esistente solo nell'intelletto del pittore (Quod vero tam studiose probas "quo maius cogitari nequit" non tale esse qualis nondum facta pictura in tellectu pictoris).

Anselmo risponde che non aveva portato l'esempio della pittura pensata, come se volesse asserire che fosse uguale alla cosa di cui stava trattando, ma solo per mostrare che qualcosa può essere nell'intelletto, anche se non si comprende la sua esistenza (Non enim ad hoc protuli picturam praecogitatam, ut tale illud de quo agebatur velle asserere, sed tantum ut aliquid esse in intellectu, quod esse non intelligeretur, possem ostendere).

Gaunilone aveva affermato che "ciò di cui non si può pensare il maggiore" non può essere pensato, appena udito, o essere nell'intelletto, secondo una realtà nota per genere o specie, poiché non si conosce la realtà stessa, né si può conoscere da altra simile (Item quod dicis "quo maius cogitari nequit" secundum rem vel ex genere tibi vel ex specie notam te cogitare auditum vel intellectu habere non posse, quoniam nec ipsam rem nosti, nec eam ex alia simili potes conicere).

Anselmo risponde che ogni bene minore in tanto è simile al bene maggiore in quanto è bene (Omne minus bonum in tantum est simile maiori inquantum est bonum). Quindi è possibile pensare qualcosa di maggiore a partire dai beni minori salendo verso i beni maggiori (de bonis minoribus ad maiora conscendendo ex iis quibus aliquid maius cogitari potest). Pertanto possiamo congetturare molto di "ciò di cui non si può pensare il maggiore" (multum possumus conicere illud quo nihil potest maius cogitari).

Anselmo porta alcuni esempi. Se un bene è qualcosa che ha un inizio ed una fine, nettamente migliore è quel bene che sebbene abbia un inizio non termini mai (si bonum est aliquid quod initium et finem habet, multo melius esse bonum, quod licet incipiat non tamen desinit). E ancora migliore sarà quel bene che non ha inizio né fine, anche se passa dal passato per il presente al futuro (et sicut istud illo melius est, ita isto esse melius illud quod nec finem habet nec initium, etiam si semper de praterito per praesens transeat ad futurum). Ancora migliore sarà ciò che in nessun modo ha bisogno o è costretto a mutare o a muoversi (id quod nullo modo indiget vel cogitur mutari vel moveri).

Esiste quindi un punto di partenza da cui è possibile congetturare "ciò di cui non si può pensare il maggiore" (Est igitur unde possit conici "quo maius cogitari nequeat").

 

Contenuto del capitolo nono del Liber apologeticus: Chi pensa 'id quo maius non possit cogitari' pensa 'quod non possit non esse'

Anselmo sostiene che anche se fosse vero che non è possibile pensare o comprendere ciò di cui non si può pensare il maggiore, tuttavia non sarebbe falso che è possibile pensare e comprendere "ciò di cui non si può pensare il maggiore" (Sed et si verum esset non posse cogitari vel intellegi illud quo maius nequit cogitari, non tamen falsum esset "quo maius cogitari nequit" cogitari posse et intellegi).

Similmente possiamo dire "ineffabile", sebbene non possa essere detto ciò che è detto "ineffabile" (Sicut enim nil prohibet dici "ineffabile", licet illud dici non possit quod "ineffabile" dicitur).

Così quando si dice "ciò di cui non può pensare il maggiore", senza alcun dubbio si può pensare e comprendere ciò che si ode, anche se non si può pensare o comprendere la cosa di cui il maggiore non può essere pensato (Ita cum dicitur "quo nil maius valet cogitari", procul dubio auditur cogitari et intellegi potest, etiam si res illa cogitari non valeat aut intellegi, qua maius cogitari nequit).

Chi nega che esista qualcosa di cui non si può pensare il maggiore, comprende e pensa la negazione che fa (Quisquis igitur negat aliquid esse quo maius nequeat cogitari: utique intellegit et cogitat negationem quam facit).

La quale negazione non può essere compresa o pensata senza le sue parti (Quam negationem intelligere aut cogitare non potest sine partibus eius).

Ma "ciò di cui non si può pensare il maggiore" è una delle sue parti (Pars autem eius est "quo maius cogitari non potest").

Quindi chi nega "ciò di cui non si può pensare il maggiore", comprende e pensa "ciò di cui non si può pensare il maggiore" (Quamque igitur hoc negat, intelligit et cogitat "quo maius cogitari nequit").

E' evidente che similmente si può pensare e comprendere ciò che non può non essere (Palam autem est quia similiter potest cogitari et intellegi, quod non potest non esse).

Chi pensa questo in verità pensa il maggiore, rispetto a chi pensa che possa non essere (Maius vero cogitat qui hoc cogitat, quam qui cogitat quod possit non esse).

Quindi, mentre si pensa ciò di cui non può essere pensato il maggiore, se si pensasse che potesse non essere, non si penserebbe ciò di cui non si può pensare il maggiore (Dum ergo cogitatur quo maius non possit cogitari: si cogitatur quod possit non esse, non cogitatur quo non possit cogitari maius).

Ma non è possibile pensare e non pensare contemporaneamente la stessa cosa (Sed nequit idem simul cogitari et non cogitari).

Per la qual ragione chi pensa ciò di cui non si può pensare il maggiore, non pensa ciò che può, ma ciò che non può non essere (Quare qui cogitat quo maius non possit cogitari: non cogitat quod possit, sed quod non possit non esse).

Quindi è necessario che ciò che pensa esista, perché tutto ciò che può non essere, non è ciò che pensa (Quapropter necesse est esse quod cogitat, quia quidquid non esse potest, non est quod cogitat).

 

Contenuto del capitolo decimo del Liber apologeticus: 'Id quo maius cogitari non potest' e la essenza divina

Anselmo conclude la sua risposta a Gaunilone sottolineando la forza del suo argomento che per necessità dalla comprensione conclude alla esistenza nella realtà (eo ipsum quod dicitur, ex necessitate eo ipso quod intelligitur vel cogitatur, et revera probetur existere).

Anselmo afferma anche che questo è tutto ciò che dobbiamo credere della divina sostanza (et id ipsum esse quidquid de divina substantia oportet credere).

Crediamo infatti della divina sostanza tutto ciò che assolutamente può venire pensato sia meglio essere piuttosto che non essere (Credimus namque de divina substantia quidquid absolute cogitari potest melius esse quam non esse).

E' necessario che "ciò di cui non può pensare il maggiore" sia quanto deve essere creduto della divina essenza (Necesse igitur est quo maius cogitari non potest esse, quidquid de divina essentia credi oportet).


 

Anselmo d'Aosta

Proslogion

(Capitoli 2-4)

2. Quod vere sit Deus

   Ergo Domine, qui das fidei intellectum, da mihi, ut, quantum scis expedire, intelligam, quia es sicut credimus, et hoc es quod credimus.

   Et quidem credimus te esse aliquid quo nihil maius cogitari possit.

An ergo non est aliqua talis natura, quia "dixit insipiens in corde suo: non est Deus" [Ps 13,1; 52,1]?

Sed certe ipse idem insipiens, cum audit hoc ipsum quod dico: 'aliquid quo maius nihil cogitari potest', intelligit quod audit; et quod intelligit, in intellectu eius est, etiam si non intelligat illud esse.

Aliud enim est rem esse in intellectu, alium intelligere rem esse.

Nam cum pictor praecogitat quae facturus est, habet quidem in intellectu, sed nondum intelligit esse quod nondum fecit.

Cum vero iam pinxit, et habet in intellectu et intelligit esse quod iam fecit.

Convincitur ergo etiam insipiens esse vel in intellectu aliquid quo nihil maius cogitari potest, quia hoc, cum audit, intelligit, et quidquid intelligitur, in intellectu est.

   Et certe id quo maius cogitari nequit, non potest esse in solo intellectu.

Si enim vel in solo intellectu est, potest cogitari esse et in re; quod maius est.

Si ergo id quo maius cogitari non potest, est in solo intellectu: id ipsum quo maius cogitari non potest, est quo maius cogitari potest.

Sed certe hoc esse non potest.

Existit ergo procul dubio aliquid quo maius cogitari non valet, et in intellectu et in re.

 

3. Quod non possit cogitari non esse

   Quod utique sic vere est, ut nec cogitari possit non esse.

Nam potest cogitari esse aliquid, quod non possit cogitari non esse; quod maius est quam quod non esse cogitari potest.

Quare si id quo maius nequit cogitari, potest cogitari non esse: id ipsum quo maius cogitari nequit, non est id quo maius cogitari nequit; quod convenire non potest.

Sic ergo vere est aliquid quo maius cogitari non potest, ut nec cogitari possit non esse.

   Et hoc es tu, Domine Deus noster.

Sic ergo vere es, Domine, Deus meus, ut nec cogitari possis non esse. Et merito.

Si enim aliqua mens posset cogitare aliquid melius te, ascenderet creatura super creatorem et iudicaret de creatore; quod valde est absurdum.

Et quidem quidquid est aliud praeter te solum, potest cogitari non esse.

Solus igitur verissime omnium et ideo maxime omnium habes esse, quia quidquid aliud est, non sic vere, et idcirco minus habet esse.

Cur itaque "dixit insipiens in corde suo: non est Deus" [Ps 13,1; 52,1], cum tam in promptu sit rationali menti te maxime omnium esse?

Cur, nisi quia stultus et insipiens?

4. Quomodo insipiens dixit in corde, quod cogitari non potest

   Verum quomodo dixit in corde quod cogitare non potuit; aut quomodo cogitare non potuit quod dixit in corde, cum idem sit dicere in corde et cogitare?

Quod si vere, immo quia vere et cogitavit, quia dixit in corde, et non dixit in corde, quia cogitare non potuit: non uno tantum modo dicitur aliquid in corde et cogitatur.

Aliter enim cogitatur re, cum vox eam significans cogitatur, aliter cum id ipsum quod res est intelligitur. Illo itaque modo potest cogitari Deus non esse, isto vero minime.

Nullus quippe intelligens id quod Deus est, potest cogitare quia Deus non est, licet haec verba dicat in corde, aut sine ulla aut cum aliqua extranea significatione.

Deus enim est id quo maius cogitari non potest.

Quod qui bene intelligit, utique intelligit id ipsum sic esse, ut nec cogitatione queat non esse.

Qui ergo intelligit sic esse Deum, nequit eum non esse cogitare.

   Gratias tibi, bone Domine, gratias tibi, quia quod prius credidi te donante, iam sic intelligo te illuminante, ut, si te esse nolim credere, non possim non intelligere.


Gaunilone

Pro Insipiente

Quid ad haec respondeat quidam pro insipiente

 

1. Riassunto dell'argomento di Anselmo

   Dubitanti, utrum sit, vel neganti, quod sit aliqua talis natura, qua nihil maius cogitari possit, cum esse illam hinc dicitur primo probari, quod ipse negans vel ambigens de illa iam habeat eam in intellectu, cum audiens illam dici id, quod dicitur, intelligit,

deinde quia, quod intelligit, necesse est, ut non in solo intellectu, sed etiam in re sit,

et hoc ita probatur, quia maius est esse et in re quam in solo intellectu, et si illud in solo est intellectu, maius illo erit, quidquid etiam in re fuerit, ac sic maius omnibus minus erit aliquo et non erit maius omnibus, quod utique repugnat,

et ideo necesse est, ut maius omnibus, quod esse iam probatum est in intellectu, non in solo intellectu, sed et in re sit, quoniam aliter maius omnibus esse non poterit, respondere forsan potest:

 

2. Distinzione tra pensare (cogitare) e comprendere (intelligere)

   Quod hoc iam esse dicitur in intellectu meo non ob aliud, nisi quia id, quod dicitur, intelligo: Nonne et quaecumque falsa ac nullo prorsus modo in se ipsis existentia in intellectu habere similiter dici possem, cum ea dicente aliquo. quaecumque ille diceret, ego intelligerem?

Nisi forte tale illud constat esse, ut non eo modo, quo etiam falsa quaeque vel dubia, haberi possit in cogitatione, et ideo non dicor illud auditum cogitare vel in cogitatione habere, sed intelligere et in intellectu habere, quia scilicet non possim hoc aliter cogitare nisi intelligendo, id est scientia comprehendendo, re ipse illud existere.

 

   Sed si hoc est, primo quidem non hic erit iam aliud idemque tempore praecedens habere rem in intellectu et aliud idque tempore sequens intelligere rem esse, ut fit de pictura, quae prius est in animo pictoris, deinde in opere.

Deinde vix umquam poterit esse credibile, cum dictum et auditum fuerit istud, non eo modo posse cogitari non esse, quo etiam potest non esse deus.

Nam si non potest – cur contra negantem aut dubitantem, quod sit aliqua talis natura, tota ista disputatio est assumpta?

Postremo, quod tale sit illud, ut non possit nisi mox cogitatum indubitabilis existentiae suae certo percipi intellectu, indubio aliquo probandum mihi est argumento, non autem isto, quod iam sit hoc in intellectu meo, cum auditum intelligo;

in quo similiter esse posse quaecumque alia incerta vel etiam falsa ab aliquo, cuius verba intelligerem, dicta adhuc puto, et insuper magis, si illa deceptus, ut saepe fit, crederem, qui istud nondum credo.

 

3. Invalidità dell'esempio del pittore

   Unde nec illud exemplum de pictore picturam, quam facturus est, iam in intellectu habente satis potest huic argumento congruere.

Illa enim pictura, antequam fiat, in ipsa pictoris arte habetur, et tale quippiam in arte artificis alicuius nihil est aliud quam pars quaedam intelligentiae ipsius, quia et, sicut sanctus Augustinus ait: "cum faber arcam facturus in opere prius habet illam in arte; arca, quae fit in opere, non est vita; arca, quae est in arte, vita est, quia vivit anima artificis, in qua sunt ista omnia, antequam proferantur".

Ut quid enim in vivente artificis anima vita sunt ista, nisi quia nil sunt aliud quam scientia vel intelligentia animae ipsius?

 

   At vero quidquid extra illa, quae ad ipsam mentis noscuntur pertinere naturam, aut auditum aut excogitatum intellectu percipitur verum, alind sine dubio est verum illud, aliud intellectus ipse quo capitur.

Quocirca etiamsi verum sit esse aliquid, quo maius quicquam nequeat cogitari, non tamen hoc auditum et intellectum tale est, qualis nondum facta pictura in intellectu pictoris.

 

4. Si può pensare che Dio non esiste

   Huc accedit illud, quod praetaxatum est superius, quia scilicet illud omnibus, quae cogitari possint, maius, quod nihil aliud posse esse dicitur quam ipse deus, tam ego secundum rem vel ex specie mihi vel ex genere notam cogitare auditum vel in intellectu habere non possum quam nec ipsum deum, quem utique ob hoc ipsum etiam non esse cogitare possum.

 

   Neque enim aut rem ipsam novi aut ex alia possum conicere simili, quandoquidem et tu talem asseris illam, ut esse non possit simile quicquam.

Nam si de homine aliquo mihi prorsus ignoto, quem etiam esse nescirem, dici tamen aliquid audirem, per illam specialem generalemve notitiam, qua, quid sit homo vel homines, novi, de illo quoque secundum rem ipsam, quae est homo, cogitare possem.

Et tamen fieri posset, ut mentiente illo, qui diceret, ipse, quem cogitarem, homo non esset;

cum tamen ego de illo secundum veram nihilominus rem, non quae esset ille homo, sed quae est homo quilibet, cogitarem.

 

   Nec sic igitur, ut haberem falsum istud in cogitatione vel in intellectu, habere possum illud, cum audio dici 'deus' aut 'aliquid omnibus maius', cum, quando illud secundum rem veram mihique notam cogitare possem, istud omnino nequeam nisi tantum secundum vocem, secundum quam solam aut vix aut numquam potest ullum cogitari verum.

Siquidem cum ita cogitatur, non tam vox ipsa, quae res est utique vera, hoc est litterarum sonus vel syllabarum, quam vocis auditae significatio cogitetur, sed non ita, ut ab illo. qui novit, quid ea soleat voce significari, a quo scilicet cogitatur secundum rem vel in sola cogitatione veram, verum ut ab eo, qui illud non novit et solummodo cogitat secundum animi motum illius auditu vocis effectum significationemque perceptae vocis conantem effingere sibi.

Quod mirum est, si umquam rei veritate potuerit.

 

   Ita ergo nec prorsus aliter adhuc in intellectu meo constat illud haberi, cum audio intelligoque dicentem esse aliquid maius omnibus, quae valeant cogitari.

Haec de eo, quod summa illa natura iam esse dicitur in intellectu meo!

 

5. Se si pensa Dio secundum vocem non è possibile dimostrarne l'esistenza secundum rem

   Quod autem et in re necessario esse inde mihi probatur, quia nisi fuerit, quidquid est in re, maius illa erit ac per hoc non erit illud maius omnibus, quod utique iam esse probatum est in intellectu, ad hoc respondeo:

Si esse dicendum est in intellectu, quod secundum veritatem cuiusquam rei nequit saltem cogitari, et hoc in meo sic esse non denego.

Sed quia per hoc esse quoque in re non potest ullatenus obtinere, illud ei esse adhuc penitus non concedo, quousque mihi argumento probetur indubio.

 

   Quod qui esse dicit hoc, quod maius omnibus aliter non erit omnibus maius, non satis attendit, qui loquatur.

Ego enim nondum dico, immo etiam nego vel dubito ulla re vera esse maius illud, nec aliud ei esse concedo quam illud, si dicendum est 'esse', cum secundum vocem tantum auditam rem prorsus ignotam sibi conatur animus effingere.

Quomodo igitur inde mihi probatur maius illud rei veritate subsistere, quia constet illud maius omnibus esse, cum id ego eo usque negem adhuc dubitemve constare, ut ne in intellectu quidem vel cogitatione mea eo saltem modo maius ipsum esse dicam, quo dubia etiam multa sunt et incerta?

Prius enim certum mihi necesse est fiat re vera esse alicubi maius ipsum, et tum demum ex eo, quod maius est omnibus, in se ipso quoque subsistere non erit ambiguum.

 

6. L'Isola Perduta

   Exempli gratia: Aiunt quidam alicubi oceani esse insulam quam ex difficultate vel potius impossibilitate inveniendi, quod non est, cognominant aliqui 'perditam' quamque fabulantur multo amplius, quam de fortunatis insulis fertur, divitiarum deliciarumque omnium inaestimabili ubertate pollere nulloque possessore aut habitatore universis aliis, quas incolunt homines, terris possidendorum redundantia usquequaque praestare.

Hoc ita esse dicat mihi quispiam, et ego facile dictum, in quo nihil est difficultatis, intelligam.

 

   At si tunc velut consequenter adiungat ac dicat:

Non potes ultra dubitare insulam illam terris omnibus praestantiorem vere esse alicubi in re, quam et in intellectu tuo non ambigis esse;

et quia praestantius est non in intellectu solo, sed etiam esse in re, ideo sic eam necesse est esse, quia, nisi fuerit, quaecumque alia in re est terra, praestantior illa erit, ac sic ipsa iam a te praestantior intellecta praestantior non erit –

si, inquam, per haec ille mihi velit astruere de insula illa, quod vere sit, ambigendum ultra non esse, aut iocari illum credam, aut nescio, quem stultiorem debeam reputare, utrum me, si ei concedam, an illum, si se putet aliqua certitudine insulae illius essentiam astruxisse, nisi prius ipsam praestantiam eius solummodo sicut rem vere atque indubie existentem nec ullatenus sicut falsum aut incertum aliquid in intellectu meo esse docuerit.

 

7. Critica conclusiva dell'argomento

   Haec interim ad obiecta insipiens ille responderit.

Cui cum deinceps asseritur tale esse maius illud, ut nec sola cogitatione valeat non esse, et hoc rursus non aliunde probatur quam eo ipso, quod aliter non erit omnibus maius, idem ipsum possit referre responsurn et dicere:

Quando enim ego rei veritate esse tale aliquid, hoc est maius omnibus, dixi, ut ex hoc mihi debeat probari in tantum etiam re ipsa id esse, ut nec possit cogitari non esse?

Quapropter certissimo primitus aliquo probandum est argumento aliquam superiorem, hoc est maiorem ac meliorem omnium, quae sunt, esse naturam, ut ex hoc alia iam possimus omnia comprobare, quibus necesse est illud, quod maius ac rnelius est omnibus, non carere.

 

   Cum autem dicitur quod summa res ista non esse nequeat cogitari, rnelius fortasse diceretur, quod non esse aut etiam posse non esse non possit intelligi.

Nam secundum proprietatem verbi istius falsa nequeunt intelligi; quae possunt utique eo modo cogitari, quo deum non esse insipiens cogitavit.

Et me quoque esse certissime scio, sed et posse non esse nihilominus scio.

Summum vero illud, quod est, scilicet deus, et esse et non esse non posse indubitanter intelligo.

Cogitare autem me non esse, quamdiu esse certissime scio, nescio, utrum possim.

Sed si possum, cur non et quidquid aliud eadem certitudine scio?

Si autem non possum, non erit iam istud proprium deo.

 

8. Lode del Proslogion

   Cetera libelli illius tam veraciter et tam praeclare sunt magnificeque disserta, tanta denique referta utilitate et pii ac sancti affectus intimo quodam odore fragrantia, ut nullo modo propter illa, quae in initiis recte quidem sensa, sed minus firmiter argumentata sunt, ista sint contemnenda;

sed illa potius argumentanda robustius, ac sic omnia cum ingenti veneratione et laude suscipienda.

 


 

 

Anselmo d'Aosta

Responsio Anselmi ad obiecta Gaunilonis

 

Quid ad haec

respondeat editor

ipsius libelli

 

 

   Quoniam non me reprehendit in his dictis ille 'insipiens', contra quem sum locutus in meo opusculo, sed quidam non insipiens et catholicus pro insipiente, sufficere mihi potest respondere catholico.

 

1. Se 'id quo maius cogitari nequit' può essere pensato, allora esiste necessariamente

   Dicis quidem, quicumque es qui dicis haec posse dicere insipientem: quia non est in intellectu aliquid, quo maius cogitari non possit, aliter quam quod secundum veritatem cuiusquam rei nequit saltem cogitari, et quia non magis consequitur hoc, quod dico quo maius cogitari non possit, ex eo quia est in intellectu, esse et in re, quam perditam insulam certissime existere ex eo, quia, cum describitur verbis, audiens eam non ambigit in intellectu suo esse.

   Ego vero dico: Si quo maius cogitari non potest non intelligitur vel cogitatur nec est in intellectu vel cogitatione, profecto deus aut non est quo maius cogitari non possit aut non intelligitur vel cogitatur et non est in intellectu vel cogitatione.

Quod quam falsum sit, fide et conscientia tua pro firmissimo utor argumento.

Ergo quo maius cogitari non potest vere intelligitur et cogitatur et est in intellectu et cogitatione.

Quare aut vera non sunt, quibus contra conaris probare, aut ex eis non consequitur, quod te consequenter opinaris concludere.

 

   Quod autem putas ex eo, quia intelligitur aliquid, quo maius cogitari nequit, non consequi illud esse in intellectu nec, si est in intellectu, ideo esse in re, certe ego dico: Si vel cogitari potest esse, necesse est illud esse.

Nam quo maius cogitari nequit non potest cogitari esse nisi sine initio.

Quidquid autem potest cogitari esse et non est, per initium potest cogitari esse.

Non ergo quo maius cogitari nequit cogitari potest esse et non est.

Si ergo cogitari potest esse, ex necessitate est.

 

   Amplius: Si utique vel cogitari potest, necesse est illud esse.

Nullus enim negans aut dubitans esse aliquid, quo maius cogitari non possit, negat vel dubitat, quia, si esset, nec actu nec intellectu posset non esse.

Aliter namque non esset quo maius cogitari non potest.

Sed quidquid cogitari potest et non est, si esset, posset vel actu vel intellectu non esse.

Quare si vel cogitari potest, non potest non esse quo maius cogitari nequit.

 

   Sed ponamus non esse, si vel cogitari valet.

At quidquid cogitari potest et non est, si esset, non esset quo maius cogitari non possit.

Si ergo esset quo maius cogitari non possit, non esset quo maius cogitari non possit, quod nimis est absurdum.

Falsum est igitur non esse aliquid, quo maius cogitari non possit, si vel cogitari potest, multo itaque magis, si intelligi et in intellectu esse potest.

 

   Plus aliquid dicam. Procul dubio quidquid alicubi aut aliquando non est, etiam si est alicubi aut aliquando, potest tamen cogitari numquam et nusquam esse, sicut non est alicubi aut aliquando.

Nam quod heri non fuit et hodie est, sicut heri non fuisse intelligitur, ita numquam esse subintelligi potest.

Et quod hic non est et alibi est, sicut non est hic, ita potest cogitari nusquam esse.

Similiter cuius partes singulae non sunt, ubi aut quando sunt aliae partes, eius omnes partes et ideo ipsum totum possunt cogitari numquam aut nusquam esse.

Nam etsi dicatur tempus semper esse et mundus ubique, non tamen illud totum semper aut iste totus est ubique.

Et sicut singulae partes temporis non sunt, quando aliae sunt, ita possunt numquam esse cogitari.

Et singulae mundi partes, sicut non sunt, ubi aliae sunt, ita subintelligi possunt nusquam esse.

Sed et quod partibus coniunctum est, cogitatione dissolvi et non esse potest.

Quare quidquid alicubi aut aliquando totum non est, etiam si est, potest cogitari non esse.

At quo maius nequit cogitari, si est, non potest cogitari non esse.

Alioquin, si est, non est quo maius cogitari non possit, quod non convenit.

Nullatenus ergo alicubi aut aliquando totum non est, sed semper et ubique totum est.

 

   Putasne aliquatenus posse cogitari vel intelligi aut esse in cogitatione vel intellectu, de quo haec intelliguntur?

Si enim non potest, non de eo possunt haec intelligi.

Quod si dicis non intelligi et non esse in intellectu, quod non penitus intelligitur, dic, quia, qui non potest intueri purissimam lucem solis, non videt lucem diei, quae non est nisi lux solis.

Certe vel hactenus intelligitur et est in intellectu quo maius cogitari nequit, ut haec de eo intelligantur.

 

2. 'Id quo maius cogitari non potest' non può essere nel solo intelletto

   Dixi itaque in argumentatione, quam reprehendis, quia, cum insipiens audit proferri quo maius cogitari non potest, intelligit, quod audit.

Utique qui non intelligit, si nota lingua dicitur, aut nullum aut nimis obrutum habet intellectum.

 

   Deinde dixi, quia, si intelligitur, est in intellectu.

An est in nullo intellectu, quod necessario in rei veritate esse monstratum est?

Sed dices, quia, etsi est in intellectu, non tamen consequitur, quia intelligitur.

Vide, quia consequitur esse in intellectu ex eo, quia intelligitur!

Sicut enim quod cogitatur, cogitatione cogitatur, et quod cogitatione cogitatur, sicut cogitatur, sic est in cogitatione, ita quod intelligitur, intellectu intelligitur, et quod intellectu intelligitur, sicut intelligitur, ita est in intellectu.

Quid hoc planius?

 

   Postea dixi, quia, si est vel in solo intellectu, potest cogitari esse et in re, quod maius est.

Si ergo in solo est intellectu, id ipsum, scilicet quo maius non potest cogitari, est, quo maius cogitari potest.

Rogo, quid consequentius? An enim, si est vel in solo intellectu, non potest cogitari esse et in re?

Aut si potest, nonne, qui hoc cogitat, aliquid cogitat maius eo, si est in solo intellectu?

Quid igitur consequentius, quam si quo maius cogitari nequit est in solo intellectu. idem esse, quo maius cogitari possit?

Sed utique quo maius cogitari potest in nullo intellectu est quo maius cogitari non possit.

An ergo non consequitur quo maius cogitari nequit, si est in ullo intellectu, non esse in solo intellectu?

Si enim est in solo intellectu, est, quo maius cogitari potest, quod non convenit.

 

3. Non si può pensare non esistente 'id quo maius cogitari non potest'

   Sed tale est, inquis, ac si aliquis insulam oceani omnes terras sua fertilitate vincentem, quae difficultate, immo impossibilitate inveniendi, quod non est, 'perdita' nominatur, dicat idcirco non posse dubitari vere esse in re, quia verbis descriptam facile quis intelligit.

Fidens loquor, quia, si quis invenerit mihi aut re ipsa aut sola cogitatione existens praeter 'quo maius cogitari non possit', cui aptare valeat connexionem huius meae argumentationis, inveniam et dabo illi perditam insulam amplius non perdendam.

   Palam autem iam videtur quo non valet cogitari maius non posse cogitari non esse, quod tam certa ratione veritatis existit.

Aliter enim nullatenus existeret.

Denique si quis dicit se cogitare illud non esse, dico, quia, cum hoc cogitat, aut cogitat aliquid, quo maius cogitari non possit, aut non cogitat.

Si non cogitat, non cogitat non esse, quod non cogitat.

Si vero cogitat, utique cogitat aliquid, quod nec cogitari possit non esse.

Si enim posset cogitari non esse, cogitari posset habere principium et finem.

Sed hoc non potest.

Qui ergo illud cogitat, aliquid cogitat, quod nec cogitari non esse possit.

Hoc vero qui cogitat, non cogitat id ipsum non esse.

Alioquin cogitat, quod cogitari non potest.

Non igitur potest cogitari non esse 'quo maius nequit cogitari'.

 

4. Dire (dicere), pensare (cogitare), comprendere (intelligere), sapere (scire)

   Quod autem dicis. quia, cum dicitur, quod summa res ista non esse nequeat cogitari, melius fortasse diceretur, quod non esse aut etiam posse non esse non possit intelligi, potius dicendum fuit non posse cogitari.

Si enim dixissem rem ipsam non posse intelligi non esse, fortasse tu ipse, qui dicis, quia secundum proprietatem verbi istius falsa nequeunt intelligi, obiceres nihil, quod est, posse intelligi non esse.

Falsum est enim non esse, quod est.

Quare non esse proprium deo non posse intelligi non esse.

Quodsi aliquid eorum, quae certissime sunt, potest intelligi non esse, similiter et alia certa non esse posse intelligi.

 

   Sed hoc utique non potest obici de cogitatione, si bene consideretur.

Nam etsi nulla, quae sunt, possint intelligi non esse, omnia tamen possunt cogitari non esse praeter id, quod summe est.

Illa quippe omnia et sola possunt cogitari non esse, quae initium aut finem aut partium habent coniunctionem, et, sicut iam dixi, quidquid alicubi aut aliquando totum non est.

Illud vero solum non potest cogitari non esse, in quo nec initium nec finem nec partium coniunctionem et quod non nisi semper et ubique totum ulla invenit cogitatio.

 

   Scito igitur, quia potes cogitare te non esse, quamdiu esse certissime scis.

Quod te miror dixisse nescire.

Multa namque cogitamus non esse, quae scimus esse, et multa esse, quae non esse scimus; non existimando, sed fingendo ita esse, ut cogitamus.

Et quidem possumus cogitare aliquid non esse, quamdiu scimus esse, quia simul et illud possumus et istud scimus.

Et non possumus cogitare non esse, quamdiu cogitamus esse, quia non possumus cogitare esse simul et non esse.

Si quis igitur sic distinguat huius prolationis has duas sententias, intelliget nihil, quamdiu esse cogitatur, posse cogitari non esse, et quidquid est praeter id, quo maius cogitari nequit, etiam cum scitur esse, posse non esse cogitari.

Sic igitur et proprium est deo non posse cogitari non esse, et tamen multa sunt, quae possunt cogitari, quamdiu sunt, non esse.

Quomodo tamen dicatur cogitari deus non esse, in ipso libello puto sufficienter esse dictum.

 

5. Differenza tra 'maius omnibus' e 'id quo maius cogitari nequit'

   Qualia vero sint et alia, quae mihi obicis pro insipiente, facile est deprehendere vel parum sapienti, et ideo id ostendere supersedendum existimaveram.

Sed quoniam audio quibusdam ea legentibus aliquid contra me valere videri, paucis de illis commemorabo.

 

   Primum, quod saepe repetis me dicere, quia, quod est maius omnibus, est in intellectu; si est in intellectu, est et in re – aliter enim omnibus maius non esset omnibus maius –: Nusquam in omnibus dictis meis invenitur talis probatio.

Non enim idem valet, quod dicitur 'maius omnibus' et 'quo maius cogitari nequit', ad probandum, quia est in re, quod dicitur.

Si quis enim dicat 'quo maius cogitari non possit' non esse aliquid in re aut posse non esse aut vel non esse posse cogitari, facile refelli potest.

   

   Nam quod non est, potest non esse; et quod non esse potest, cogitari potest non esse.

Quidquid autem cogitari potest non esse, si est, non est quo maius cogitari non possit; quod si non est, utique, si esset, non esset quo maius non possit cogitari.

Sed dici non potest, quia 'quo maius non possit cogitari', si est, non est quo maius cogitari non possit, aut si esset, non esset quo non possit cogitari maius.

Patet ergo, quia nec non est nec potest non esse aut cogitari non esse. Aliter enim, si est, non est, quod dicitur, et si esset, non esset.

 

   Hoc autem non tam facile probari posse videtur de eo, quod maius dicitur omnibus.

Non enim ita patet, quia, quod non esse cogitari potest, non est maius omnibus, quae sunt, sicut quia non est quo maius cogitari non possit; nec sic est indubitabile. quia, si est aliquid maius omnibus, non est aliud quam 'quo maius non possit cogitari', aut si esset, non esset similiter aliud, quomodo certum est de eo, quod dicitur 'quo maius cogitari nequit'.

Quid enim, si quis dicat esse aliquid maius omnibus, quae sunt, et id ipsum tamen posse cogitari non esse, et aliquid maius eo, etiamsi non sit, posse tamen cogitari?

An hic sic aperte inferri potest: Non est ergo maius omnibus, quae sunt, sicut ibi apertissime diceretur: Ergo non est quo maius cogitari nequit?

Illud namque alio indiget argumento quam hoc, quod dicitur 'omnibus maius'; in isto vero non est opus alio quam hoc ipso, quod sonat 'quo maius cogitari non possit'.

Ergo si non similiter potest probari de eo, quod 'maius omnibus' dicitur, quod de se per se ipsum probat 'quo rnaius nequit cogitari', iniuste me reprehendisti dixisse, quod non dixi, cum tantum differat ab eo, quod dixi.

 

   Si vero vel post aliud argumentum potest, nec sic me debuisti reprehendere dixisse, quod probari patet.

Utrum autem possit, facile perpendit, qui hoc posse 'quo maius cogitari' nequit cognoscit.

Nullatenus enim potest intelligi quo maius cogitari non possit nisi id, quod solum omnibus est maius.

Sicut ergo quo maius cogitari nequit intelligitur et est in intellectu et ideo esse in rei veritate asseritur, sic, quod maius dicitur omnibus, intelligi et esse in intellectu et idcirco re ipsa esse ex necessitate concluditur.

 

   Vides ergo, quam recte me comparasti stulto illi, qui hoc solo, quod descripta intelligeretur, perditam insulam esse vellet asserere.

 

6. Differenza tra 'id quo maius cogitari nequit' e le cose dubbie e false

   Quod autem obicis quaelibet falsa vel dubia similiter posse intelligi et esse in intellectu, quemadmodum illud, quod dicebam, miror, quid hic sensisti contra me dubium probare volentem,

cui primum hoc sat erat, ut quolibet modo illud intelligi et esse in intellectu ostenderem, quatenus consequenter consideraretur, utrum esset in solo intellectu, velut falsa, an et in re, ut vera.

Nam si falsa et dubia hoc modo intelliguntur et sunt in intellectu, quia, cum dicuntur, audiens intelligit, quid dicens significet, nihil prohibet, quod dixi, intelligi et esse in intellectu.

   Quomodo autem sibi conveniant, quod dicis,

quia falsa dicente aliquo, quaecumque ille diceret, intelligeres

et quia illud, quod non eo modo, quo etiam falsa, habetur in cogitatione, non diceris auditum cogitare aut in cogitatione habere, sed intelligere et in intellectu habere,

quia scilicet non possis hoc aliter cogitare nisi intelligendo, id est scientia comprehendendo re ipsa illud existere;

quomodo, inquam, conveniant et falsa intelligi et intelligere esse scientia cornprehendere existere aliquid, nil ad me, tu videris.

Quodsi et falsa aliquo modo intelliguntur et non omnis, sed cuiusdam intellectus est haec definitio, non debui reprehendi, quia dixi quo maius cogitari non possit intelligi et in intellectu esse, etiam antequam certum esset re ipsa illud existere.

 

7. Differenza tra pensare Dio e pensare 'id quo maius cogitari nequit'

   Deinde quod dicis vix umquam posse esse credibile, cum dictum et auditum fuerit istud, non eo modo posse cogitari non esse, quo etiam potest cogitari non esse deus, respondeant pro me, qui vel parvam scientiam disputandi argumentandique attigerunt.

An enim rationabile est, ut idcirco neget aliquis, quod intelligit, quia esse dicitur id, quod ideo negat, quia non intelligit?

Aut si aliquando negatur, quod aliquatenus intelligitur, et idem est illi, quod nullatenus intelligitur: nonne facilius probatur, quod dubium est de illo, quod in aliquo, quam de eo, quod in nullo est intellectu?

 

   Quare nec credibile potest esse idcirco quemlibet negare quo maius cogitari nequit, quod auditum aliquatenus intelligit, quia negat deum, cuius sensum nullo modo cogitat.

Aut si et illud, quia non omnino intelligitur, negatur – nonne tamen facilius id, quod aliquo modo, quam id, quod nullo modo intelligitur, probatur?

Non ergo irrationabiliter contra insipientem ad probandum deum esse attuli 'quo maius cogitari non possit', cum illud nullo modo, istud aliquo modo intelligeret.

 

8. L'esempio del pittore - Pensare 'id quo maius cogitari nequit'

   Quod vero tam studiose probas quo maius cogitari nequit non tale esse, qualis nondum facta pictura in intellectu pictoris, sine causa fit.

Non enim ad hoc protuli picturam praecogitatam, ut tale illud, de quo agebatur, vellem asserere, sed tantum, ut aliquid esse in intellectu, quod esse non intelligeretur, possem ostendere.

 

   Item quod dicis quo maius cogitari nequit secundurn rem vel ex genere tibi vel ex specie notam te cogitare auditum vel in intellectu habere non posse, quoniam nec ipsam rem nosti nec eam ex alia simili potes conicere, palam est rem aliter sese habere.

Quoniam namque omne minus bonum in tantum est simile maiori bono, inquantum est bonum, patet cuilibet rationabili menti, quia de bonis minoribus ad maiora conscendendo ex iis, quibus aliquid maius cogitari potest, multum possumus conicere illud, quo nihil potest maius cogitari.

Quis enim verbi gratia vel hoc cogitare non potest, etiamsi non credat in re esse, quod cogitat, scilicet si bonum est aliquid, quod initium et finem habet, multo melius esse bonum, quod, licet incipiat, non tamen desinit;

et sicut istud illo melius est, ita isto esse melius illud, quod nec finem habet nec initium, etiamsi semper de praeterito per praesens transeat ad futurum;

et sive sit in re aliquid huiusmodi sive non sit, valde tamen eo melius esse id, quod nullo modo indiget vel cogitur mutari vel moveri?

An hoc cogitari non potest, aut aliquid hoc maius cogitari potest?

Aut non est hoc ex iis, quibus maius cogitari valet, conicere id, quo maius cogitari nequit?

Est igitur, unde possit conici quo maius cogitari nequeat.

 

   Sic itaque facile refelli potest insipiens, qui sacram auctoritatem non recipit, si negat 'quo maius cogitari non valet' ex aliis rebus conici posse.

At si quis catholicus hoc neget, meminerit, quia 'invisibilia' dei 'a creatura mundi per ea, quae facta sunt, intellecta conspiciuntur, sempiterna quoque eius virtus et divinitas'.

 

9. Chi pensa 'id quo maius non possit cogitari' pensa 'quod non possit non esse'

   Sed etsi verum esset non posse cogitari vel intelligi illud, quo maius nequit cogitari, non tamen falsum esset quo maius cogitari nequit cogitari posse et intelligi.

Sicut enim nil prohibet dici 'ineffabile', licet illud dici non possit, quod 'ineffabile' dicitur, et quemadmodum cogitari potest non cogitabile, quamvis illud cogitari non possit, cui convenit 'non cogitabile' dici, ita, cum dicitur 'quo nil maius valet cogitari', procul dubio, quod auditur cogitari et intelligi potest, etiamsi res illa cogitari non valeat aut intelligi, qua maius cogitari nequit.

Nam etsi quisquam est tam insipiens, ut dicat non esse aliquid, quo maius non possit cogitari, non tamen ita erit impudens, ut dicat se non posse intelligere aut cogitare, quid dicat.

Aut si quis talis invenitur, non modo sermo eius est respuendus, sed et ipse conspuendus.

 

   Quisquis igitur negat aliquid esse, quo maius nequeat cogitari, utique intelligit et cogitat negationem, quam facit.

Quam negationem intelligere aut cogitare non potest sine partibus eius.

Pars autem eius est 'quo maius cogitari non potest'.

Quicumque igitur hoc negat, intelligit et cogitat 'quo maius cogitari nequit'.

Palam autem est, quia similiter potest cogitari et intelligi, quod non potest non esse.

Maius vero cogitat, qui hoc cogitat, quam qui cogitat, quod possit non esse.

Dum ergo cogitatur quo maius non possit cogitari, si cogitatur, quod possit non esse, non cogitatur quo non possit cogitari maius.

Sed nequit idem simul cogitari et non cogitari.

Quare qui cogitat quo maius non possit cogitari, non cogitat, quod possit, sed quod non possit non esse.

Quapropter necesse est esse, quod cogitat, quia, quidquid non esse potest, non est, quod cogitat.

 

10. 'Id quo maius cogitari non potest' e la essenza divina

   Puto, quia monstravi me non infirma, sed satis necessaria argumentatione probasse in praefato libello re ipsa existere aliquid, quo maius cogitari non possit, nec eam alicuius obiectionis infirmari firmitate.

 

   Tantam enim vim huius prolationis in se continet significatio, ut hoc ipsum, quod dicitur, ex necessitate eo ipso, quod intelligitur vel cogitatur, et revera probetur existere et id ipsum esse, quidquid de divina substantia oportet credere.

Credimus namque de divina substantia, quidquid absolute cogitari potest melius esse quam non esse.

Verbi gratia melius est esse aeternum quam non aeternum, bonum quam non bonum, immo bonitatem ipsam quam non ipsam bonitatem.

Nihil autem huiusmodi non esse potest quo maius aliquid cogitari non potest.

Necesse igitur est 'quo maius cogitari non potest' esse, quidquid de divina essentia credi oportet.

Gratias ago benignitati tuae et in reprehensione et in laude mei opusculi.

Cum enim ea, quae tibi digna susceptione videntur, tanta laude extulisti, satis apparet, quia, quae tibi infirma visa sunt, benevolentia, non malevolentia reprehendisti.

 


 

Riferimenti bibliografici:

Abbagnano N.
Storia della filosofia - La filosofia medievale

Tea

Timossi R. G.
Prove logiche dell'esistenza di Dio da Anselmo d'Aosta a Kurt Gödel

Marietti

Anselmo d'Aosta (a cura di I. Sciuto)
Monologio e Proslogio

Bompiani

De Ruggiero G.
La filosofia del cristianesimo

Laterza

Fumagalli Beonio Brocchieri M. - Parodi M.
Storia della filosofia medievale

Laterza

Gilson E.
La filosofia nel medioevo

Sansoni

Russel B.
Storia della filosofia occidentale

Tea

Vasoli C.
La filosofia medioevale

Feltrinelli

 

 
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