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LEIBNIZ
Prova ontologica dell'esistenza di Dio

 

Leibniz

 

"Se Dio è possibile, allora esiste necessariamente"

Leibniz

LocalitÓ: Europa

Epoca: 1646-1716


 

Indice

Vita di Leibniz

Opere di Leibniz

La prova ontologica dell'esistenza di Dio

Estratti dalle opere di Leibniz riguardanti la prova ontologica

 


 

Vita di Leibniz

 

La formazione (1646-1667)

1646 - Gottfried Wilhelm Leibniz nasce a Lipsia da famiglia borghese di origine slava. Il padre è notaio e professore di filosofia morale all'università. Anche il nonno era professore universitario. La madre è figlia di un celebre avvocato. La famiglia è di religione protestante.

1652 - Il padre muore.

1653 - Entra al ginnasio e vi rimane fino al 1661.

1661 - Inizia gli studi all'università di Lipsia. Frequenta lezioni di filosofia.

1663 - Presenta la tesi per il titolo di baccellierato. Frequenta lezioni di giurisprudenza.

1664 - Ottiene il titolo di Magister philosophiae.

1665 - Ottiene il baccellierato in diritto.

1666 - Segue per un semestre lezioni di matematica all'università di Jena. Si iscrive all'università di Altdorf, presso Norimberga per seguire i corsi di legge.

1667 - Ottiene il dottorato in legge.

 

Periodo di Magonza (1667-1671)

1667 - Il principe-vescovo elettore di Magonza, Johann Philipp von Schönborn, designa Leibniz, ventuno anni, assistente del consigliere incaricato di riordinare il codice di diritto civile.

1670 - Leibniz viene nominato consigliere dell'Alta Corte d'Appello.

1671 - Realizza una macchina calcolatrice in grado di fare le quattro operazioni.

Macchina calcolatrice

Periodo di Parigi (1672-1676)

1672 - Il principe di Magonza invia Leibniz in missione diplomatica a Parigi. Stabilisce rapporti con il teologo giansenista Antoine Arnaud, con il filosofo Malebranche e con il fisico Christiaan Huyghens.

1673 - Si unisce ad una delegazione di Magonza che si reca in visita a Londra. Ha rapporti con Newton e con il fisico Robert Boyle. Diviene membro della Royal Society. Poi rientra a Parigi.

 

I Periodo di Hannover (1676-1679)

1676 - Viene nominato consigliere del duca Johann Friedrich di Hannover. Durante il viaggio di trasferimento verso la sua nuova sede passa da Londra e dall'Olanda, dove incontra il filosofo Spinoza e il biologo Antoni van Leeuwenhoek, inventore del microscopio.

1677 - Assume l'incarico di bibliotecario.

1678-1679 - Svolge vari incarichi politici internazionali. Incontra il vescovo francese Jacques Bénigne Bossuet per un progetto di riunificazione delle chiese cristiane.

1679 - Inventa il calcolo binario alla base dei moderni computer. Lo pubblicherà nel 1701.

 

II Periodo di Hannover (1680-1698)

1680 - Ernst August, nuovo duca di Hannover, conferma a Leibniz il titolo di consigliere. Stabilisce ottimi rapporti con la duchessa Sofia del Palatinato, moglie di Ernst August. Sofia Carlotta, figlia dei duchi, è sua allieva. Sofia Carlotta diventerà regina di Prussia.

1684 - Prima pubblicazione di Leibniz sul calcolo infinitesimale sul periodico scientifico Acta eruditorom da lui fondato.

1685 - Leibniz, a trentanove anni, viene nominato storiografo ufficiale della casata di Braunschweig-Lünenburg, i Welfen (Guelfi). Ottiene un vitalizio ed il titolo di consigliere privato a vita.

1688 - Soggiorna a Vienna. Incontra l'imperatore Leopoldo I d'Asburgo.

1689 - Lascia Vienna per l'Italia alla ricerca di documenti relativi ai rapporti tra gli Este e i Braunschweig-Lünenburg. Visita Roma, Firenze, Bologna, Modena. A Roma rifiuta la proposta di assumere l'incarico di custode della Biblioteca Vaticana in quanto non vuole convertirsi al cattolicesimo.

1690 - Passa da Venezia e da Vienna ed infine ritorna ad Hannover.

1691 - Viene nominato direttore della biblioteca di Wolfenbüttel.

1692 - Il duca di Hannover diviene principe elettore.

1693 - Pubblica i risultati delle sue ricerche storiche medievali nel Codex iuris gentium diplomaticus. Presenta le sue ricerche geologiche, condotte anche sul Vesuvio, in Protogaea. Si interessa di fossili.

1694-1698 - Mantiene una fitta corrispondenza con i matematici Jakob e Johann Bernoulli a proposito del calcolo infinitesimale.

1698 - Muore Ernst August. Gli succede il principe elettore Georg Ludwig, futuro re d'Inghilterra.

 

III Periodo di Hannover (1698-1716)

1698 - La posizione di Leibniz a corte diviene più difficile. Non gode della protezione del nuovo sovrano.

1700 - Leibniz, cinquantaquattro anni, viene proclamato membro dell'Accademia delle Scienze di Parigi. Partecipa alla fondazione dell'Accademia delle Scienze di Prussia, a Berlino, e ne diviene il primo Presidente. Viene nominato consigliere del re di Prussia Federico I.

1703 - Per i lavori dell'Accademia delle Scienze si reca spesso a Berlino, dove regna Sofia Carlotta la sua ex-allieva. Inizia un progetto di riunificazione delle chiese protestanti.

1705 - Muore Sofia Carlotta. Il principe Georg Ludwig proibisce a Leibniz di fare viaggi senza il suo permesso. Il lavoro di storiografo, iniziato da venti anni, è rimasto indietro a causa dei molti impegni di Leibniz.

1707 - Leibniz pubblica il primo volume dell'opera storica Scriptores rerum Brunsvicentium.

1708 - Leibniz viene accusato dagli inglesi di plagio nei confronti di Newton per l'invenzione del calcolo infinitesimale. Dovrà passare molto tempo prima che l'accusa possa essere dimostrata falsa.

1711 - Soggiorna a Berlino. Infuria la polemica sul presunto plagio.

1712 - La Royal Society assegna a Newton la priorità dell'invenzione del calcolo infinitesimale. Leibniz incontra lo zar Pietro il Grande che lo nomina suo consigliere.

1713 - Leibniz si trasferisce a Vienna. Viene nominato consigliere privato dell'imperatore Carlo VI.

1714 - Rientra ad Hannover. Il 1° agosto Georg Ludwig diviene re d'Inghilterra con il nome di Giorgio I.

1715 - Giorgio I non accoglie Leibniz nel suo seguito a Londra. E inoltre ordina a Leibniz di non allontanarsi da Hannover. Deve completare le ricerche storiche che gli erano state affidate trenta anni prima.

1716 - Il 14 novembre Leibniz muore ad Hannover. Aveva 70 anni. Al suo funerale non partecipa nessun rappresentante della corte. Viene commemorato all'Accademia delle Scienze di Parigi.

 

Leibniz

 


 

Opere di Leibniz

Leibniz ebbe molteplici interessi: matematica, fisica, geologia, geografia, linguistica, politica, diritto, storia, religione, teologia, logica e filosofia.

Scrisse in latino, francese e tedesco.

Nel campo della filosofia la sua produzione consiste principalmente in lettere e articoli, solo due sono gli scritti di ampio respiro: i Nuovi saggi sull'intelletto umano e la Teodicea.

Le opere filosofiche sono state raccolte da Gerhardt e pubblicate in sette volumi nella seconda metà del 1800. La raccolta è incompleta. Attualmente è in corso di pubblicazione una nuova edizione di tutte le opere di Leibniz.

Tra le opere filosofiche più importanti si ricordano le seguenti:

 

1684 - Meditationes de cognitione, veritate atque ideis (Gerhardt vol. IV p. 422-426)

Pubblicato negli Acta eruditorum nel 1684.

Acta

 

1686 - Discours de Métaphysique (Gerhardt vol. IV p. 427-463)

Pubblicato postumo nel 1846.

 

1704 - Nouveaux Essais sur l'entendement humain (Gerhardt vol. V p. 39-509)

Composti tra il 1693 e il 1704. Critica al pensiero del filosofo inglese Locke.

Opera pubblicata postuma nel 1765. Leibniz decise di non pubblicarla alla notizia della morte di Locke.

 

1710 - Essais de Théodicée sur la bonté de Dieu, la liberté dell'homme et l'origine du mal (Gerhardt vol. VI p. 21-436)

L'opera venne pubblicata nel 1710 ad Amsterdam in forma anonima.

 

1714 -Principes de la nature et de la grace fondé en raison (Gerhardt vol. VI p. 598-606)

Composta nel 1714.

Opera dedicata al principe Eugenio di Savoia. Pubblicata postuma nel 1718 sulla rivista "Europe Savante".

 

1714 - Les principes de la philosophie, più nota come Monadologie (Gerhardt vol. VI p. 607-623)

Composta nel 1714.

Opera dedicata all'amico R. Rémond, consigliere del duca d'Orléans. Pubblicata postuma nel 1720 in traduzione tedesca.

 


 

La prova ontologica dell'esistenza di Dio

 

Le prove dell'esistenza di Dio

Le prove dell'esistenza di Dio si distinguono in prove a priori e prove a posteriori.

Le prove a priori non dipendono dalla esperienza (ovvero da informazioni provenienti dalle caratteristiche contingenti del mondo attuale), ma dalla pura ragione.

Le prove a posteriori dipendono da un appello all’esperienza (ovvero da informazioni provenienti dalle caratteristiche contingenti del mondo attuale).

 

Le prove dell'esistenza di Dio in Leibniz

Leibniz sostenne due prove dell'esistenza di Dio: una a priori, la prova ontologica, ed una a posteriori, la prova cosmologica.

 

La prova a priori

Leibniz riprese la prova a priori proposta per la prima volta da S. Anselmo e modificata da Duns Scoto, da Cartesio e da Spinoza.

La prova venne rielaborata tra il 1676 e il 1714.

1676 - La prova dell'esistenza dell'Essere perfettissimo

1678 - L'errore di Cartesio

1684 - Insufficienza dell'argomento di Cartesio

1697 - Necessità della dimostrazione della possibilità di Dio

1700 - Necessità della prova a priori della possibilità dell'Essere perfettissimo

1701 - Proposizioni modali

1714 - Verità eterne

 

 


 

1676 - La prova dell'esistenza dell'Essere perfettissimo

Nel 1676 Leibniz scrisse un breve testo noto come Quod Ens Perfectisssimum existit, in cui espose la sua posizione in relazione all'argomento ontologico nella versione di Cartesio.

 

Il concetto di perfezione come qualità semplice ed assoluta, irresolubile ed indefinibile, positiva

Leibniz prese l'avvio dalla definizione del concetto di perfezione.

Perfezione è una qualità semplice e assoluta, ossia che, qualunque cosa esprima, la esprime senza alcun limite.

Una qualità di questo tipo è semplice, pertanto è irresolubile ed indefinibile; altrimenti o non sarebbe una qualità semplice, ma un aggregato di più qualità, o sarebbe una qualità, ma circoscritta entro dei limiti, e quindi sarebbe compresa attraverso negazioni, contro l'ipotesi di essere puramente positiva.

Perfectionem voco omnem qualitatem simplicem quae positiva est et absoluta, seu quae quicquid exprimit, sine ullis limitibus exprimit.

Qualitas autem ejusmodi quia simplex est, ideo est irresolubilis sive indefinibilis, alioqui enim vel non una erit simplex qualitas, sed plurium aggregatum, vel si una erit, limitibus circumscripta erit, adeoque per negationes ulterioris progressus intelligetur, contra hypothesin, assumta est enim pure positiva.

 

Tutte le perfezioni sono compatibili tra loro nello stesso soggetto

Per Leibniz tutte le perfezioni sono compatibili tra loro e possono esistere nello stesso soggetto.

Leibniz procede alla dimostrazione per assurdo, ossia ponendo come vera la negazione della compatibilità.

Supposto che due perfezioni A e B siano incompatibili risulta evidente che la tesi non si può dimostrare senza risoluzione di uno o di entrambi i termini A e B. Altrimenti la loro natura non potrebbe essere sottoposta a ragionamento e l'incompatibilità di essi e di qualunque altra cosa non potrebbe essere dimostrata. Ma per ipotesi sono irresolubili. Quindi la proposizione dell'incompatibilità non può essere dimostrata.

Ex his non est difficile ostendere, omnes perfectiones esse compatibiles inter se, sive in eodem esse posse subjecto.

Nam sit propositio ejusmodi: A et B sunt incompatibiles (intelligendo per A et B duas ejusmodi formas simplices sive perfectiones, idemque est si plures assumantur simul) patet eam non posse demonstrari sine resolutione terminorum A et B, alterutrius vel utriusque ; alioqui enim natura eorum non ingrederetur ratiocinationem ac posset incompatibilitas aeque de quibusvis aliis rebus ac de ipsis demonstrari. Atqui (ex hypothesi) sunt irresolubiles. Ergo haec propositio de ipsis demonstrari non potest.

Inoltre questa proposizione non è per sé vera. Ora tutte le proposizioni necessariamente vere sono o dimostrabili o per sé note. Quindi questa proposizione non è necessariamente vera. Perciò tutte le perfezioni sono compatibili nello stesso soggetto.

Posset autem utique de ipsis demonstrari si vera esset, quia non est per se vera, omnes autem propositiones necessario verae sunt aut demonstrabiles, aut per se notae. Ergo necessario vera non est haec propositio.Sive non est necessarium ut A et B sint in eodem subjecto, non possunt ergo esse in eodem subjecto et cum eadem sit ratiocinatio de quibuslibet aliis ejusmodi qualitatibus assumtis, ideo compatibiles sunt omnes perfectiones.

 

Possibilità di pensare l'Essere perfettissimo

Se è possibile che tutte le perfezioni siano nello stesso soggetto, allora è possibile pensare il soggetto di tutte le perfezioni, ossia l'Essere perfettissimo.

Datur ergo sive intelligi potest subjectum omnium perfectionum, sive Ens perfectissimum.

 

L'Essere perfettissimo esiste

Ma l'esistenza è una delle perfezioni e pertanto l'Essere perfettissimo esiste.

Unde ipsum quoque existere patet, cum in numero perfectionum existentia contineatur.

 

Differenza tra la posizione di Leibniz e quella di Cartesio

Cartesio aveva supposto che l'Essere perfettissimo potesse essere pensato, ossia fosse possibile.

Leibniz ammette che se l'Essere perfettissimo fosse possibile allora esisterebbe, ma prima bisogna dimostrare che sia nella nostra potestà ipotizzare un tale Essere, che una tale nozione sia a parte rei, che possa essere pensata chiaramente e distintamente senza contraddizione.

Gli avversari sostengono infatti che la nozione di Essere perfettissimo esistente per essenza è una chimera.

Non basta a Cartesio affermare di avere l'esperienza e di sentire distintamente tale nozione. Questa non è una dimostrazione. Bisogna mostrare agli altri il modo attraverso il quale possano avere la stessa esperienza. Non basta la nostra autorità a convincere gli altri. Devono poter fare la nostra stessa esperienza.

Cartesii ratiocinatio de Entis perfectissimi existentia supposuit Ens perfectissimum intelligi posse, sive possibile esse. Hoc enim posito quod detur ejusmodi notio, statim sequitur existere illud Ens, quoniam ipsum tale finximus ut statim existentiam contineat. Quaeritur autem an sit in nostra potestate tale Ens fingere, sive an talis notio sit a parte rei, clareque ac distincte sine contradictione intelligi possit. Dicent enim adversarii talem notionem Entis perfectissimi sive Entis per Essentiam existentis esse chimaeram. Nec sufficit Cartesium provocare ad experientiam et allegare quod idem ejusmodi in se dare distincteque sentiat, hoc enim est abrumpere, non absolvere demonstrationem, nisi obstendat modum, per quem alii quoque ad ejusmodi experientiam venire possint; quotiescunque enim inter demonstrandum experientias allegamus, debemus aliis quoque modum ostendere faciendi eandem experientiam, nisi eos sola tantum autoritate nostra convincere velimus.

 


 

1678 - L'errore di Cartesio

Nel 1678 Leibniz scrisse un testo noto come Epistola ad Hermannum Conringium de cartesiana demonstratione existentiae Dei, in cui riprese l'esame della formulazione di Cartesio e di Spinoza dell'argomento ontologico.

 

Dio necessariamente esiste, se il suo essere è possibile

Cartesio ha cercato di dimostrare l'esistenza di Dio e l'immaterialità della nostra mente. I suoi ragionamenti sono stati riportati in forma matematica da Spinoza.

Leibniz afferma di aver esaminato accuratamente quei ragionamenti e di aver scoperto che Dio necessariamente esiste, se il suo essere è possibile, come è possibile evincere da quei ragionamenti con accurata dimostrazione.

... Renatus Cartesius adgressus est demonstrare existentiam Dei, et immaterialitatem nostrae mentis, ejusque ratiocinationes in formam mathematicam redegit Benedictus Spinosa, idem ille, qui Tractatum Theologico-politicum de libertate philosophandi, passim refutatum, scripsit. Examinavi diligenter Cartesiana ratiocinia. Detectum est tandem a me, hoc saltem ex ratiocinationibus illis adcurata demonstratione evinci, quod Deus necessario existat, si modo possibilis esse ponatur.

Cartesio non prova la possibilità di Dio

Cartesio ha tentato con un sofisma di provare la possibilità della divina esistenza, o di liberarsi dalla necessità di provarla. E quel sofisma ha tratto in inganno Cartesio ed i suoi seguaci.

Cartesius autem sophismate quodam vel probare hanc existentiae divinae possibilitatem, vel ab ea probanda se liberare conatus est. Et tamen sophisma illud speciosum et Cartesium pariter ac sectatores ejus decepit, quia rigorem demonstrandi coeptum quidem, non tamen ad finem perduxere...

 


 

1684 - Insufficienza dell'argomento di Cartesio

 

Nel 1684 Leibniz riprese il tema della prova ontologica nel testo Meditationes de cognitione, veritate et ideis e criticò l'argomento di Cartesio per la sua insufficienza, ossia per la mancanza di una dimostrazione della possibilità di Dio.

 

Conoscenza chiara, distinta, adeguata, intuitiva

La conoscenza può essere oscura o chiara, quella chiara può essere confusa o distinta, quella distinta può essere inadeguata o adeguata, e inoltre simbolica o intuitiva. La conoscenza contemporaneamente adeguata e intuitiva è perfettissima.

Est ergo cognitio vel obscura vel clara, et clara rursus vel confusa vel distincta, et distincta vel inadaequata vel adaequata, item vel symbolica vel intuitiva: et quidem si simul adaequata et intuitiva sit, perfectissima est.

Oscura è la nozione che non è sufficiente a conoscere la cosa rappresentata.

Obscura est notio, quae non sufficit ad rem repraesentatam agnoscendam.

Chiara è una conoscenza quando ho sufficienti elementi per riconoscere la cosa rappresentata.

Clara ergo cognitio est, cum habeo unde rem repraesentatam agnoscere possim.

Confusa è quando non posso enumerare elementi sufficienti per distinguere una cosa dalle altre. Distinta è quando si possono enumerare gli elementi in cui la nozione può essere risolta.

Confusa, cum scilicet non possum notas ad rem ab aliis discernendam sufficientes separatim enumerare, licet res illa tales notas atque requisita revera habeat, in quae notio ejus resolvi possit.

Le conoscenze distinte sono adeguate se è possibile effettuare una analisi completa della cosa.

Cum vero id omne quod notitiam distinctam ingreditur, rursus distincte cognitum est, seu cum analysis ad finem usque producta habetur, cognitio est adaequata, cujus exemplum perfectum nescio an homines dare possint.

Se la nozione è molto composita non possiamo pensare contemporaneamente tutti gli ingredienti. Ma a volte riusciamo a farlo con la conoscenza intuitiva.

Delle nozioni primitive non è data altra conoscenza che quella intuitiva, mentre la conoscenza della maggior parte delle cose composte non può che essere simbolica.

Et certe cum notio valde composita est, non possumus omnes ingredientes eam notiones simul cogitare : ubi tamen hoc licet, vel saltem in quantum licet, cognitionern voco intuitivam. Notionis distinctae primitivae non alia datur cognitio, quam intuitiva, ut compositarum plerumque cogitatio non nisi symbolica est.

Ne consegue che anche di quelle cose che conosciamo distintamente, non percepiamo le idee, se non mediante la conoscenza intuitiva.

Ex his jam patet, nos eorum quoque quae distincte cognoscimus, ideas non percipere, nisi quatenus cogitatione intuitiva utimur.

Ma accade che spesso noi crediamo falsamente di avere nella mente le idee delle cose, in quanto falsamente supponiamo che alcuni termini siano già stati spiegati da noi.

A volte ci accontentiamo di una conoscenza cieca e non proseguiamo sufficientemente nella risoluzione delle nozioni per individuarne le contraddizioni, che a volte la nozione composta implica.

Et sane contingit, ut nos saepe falso credamus habere in animo ideas rerum, cum falso supponimus aliquos terminos, quibus utimur, jam a nobis fuisse explicatos: nec verum, aut certe ambiguitati obnoxium est, quod ajunt aliqui, non posse nos de re aliqua dicere, intelligendo quod dicimus, quin ejus habeamus ideam.

Saepe enim vocabula ista singula utcunque intelligimus, aut nos antea intellexisse meminimus, quia tamen hac cogitatione caeca contenti sumus, et resolutionem notionum non satis prosequimur, fit ut lateat nos contradictio, quam forte notio composita involvit.

 

Versione cartesiana della prova ontologica

La versione di Cartesio dell'argomento di Anselmo d'Aosta è la seguente:

1. Ciò che segue dalla idea di qualche cosa, ossia dalla definizione, può essere predicato della cosa.

Quicquid ex alicujus rei idea, sive definitione sequitur, id de re potest praedicari.

2. L'esistenza segue dalla idea di Dio, Essere perfettissimo, del quale nulla di maggiore si può pensare.

Existentia ex Dei (sive Entis perfectissimi, vel quo majus cogitari non potest) idea sequitur.

3. Infatti l'essere perfettissimo implica tutte le perfezioni, nel numero delle quali è anche l'esistenza.

(Ens enim perfectissimum involvit omnes perfectiones, in quarum numero est etiam existentia).

4. Perciò l'esistenza può essere predicata di Dio.

Ergo existentia de Deo potest praedicari.

 

Insufficienza dell'argomentazione di Cartesio

L'argomento dimostra soltanto che se Dio è possibile allora esiste. Infatti dalle definizioni non possiamo arrivare a delle conclusioni sicure, prima di essere sicuri che esse siano reali o non implichino contraddizione.

Verum sciendum est inde hoc tantum confici, si Deus est possibilis, sequitur quod existat: nam definitionibus non possumus tuto uti ad concludendum, antequam sciamus eas esse reales, aut nullam involvere contradictionem.

Infatti da nozioni che implicano contraddizioni si possono concludere cose opposte, il che è assurdo.

Cujus ratio est, quia de notionibus contradictionem involventibus simul possent concludi opposita, quod absurdum est.

Quindi non basta pensare l'Essere perfettissimo, per asserire che noi ne abbiamo l'idea. Occorre prima dimostrare la possibilità dell'Essere perfettissimo.

Eodem igitur modo non sufficit nos cogitare de Ente perfectissimo, ut asseramus nos ejus ideam habere, et in hac allata paulo ante demonstratione possibilitas Entis perfectissimi aut ostendenda, aut supponenda est, ut recte concludamus.

Quindi l'argomento di Cartesio non è sufficiente, come aveva già dimostrato Tommaso d'Aquino.

Interim nihil verius est, quam et nos Dei habere ideam, et Ens perfectissimum esse possibile, imo necessarium; argumentum tamen non satis concludit, et jam ab Aquinate rejectum est.

 

Conoscenza a priori della possibilità

Le definizioni nominali permettono di discernere una cosa dalle altre.

Le definizioni reali concernono invece la possibilità dell'essere di una cosa.

Atque ita habemus quoque discrimen inter definitiones nominales, quae notas tantum rei ab aliis discernendae continent, et reales, ex quibus constat rem esse possibilem, et hac ratione satisfit Hobbio, qui veritates volebat esse arbitrarias, quia ex definitionibus nominalibus penderent, non considerans realitatem defìnitionis in arbitrio non esse, nec quaslibet notiones inter se posse conjungi.

Le definizioni nominali non sono sufficienti per una scienza perfetta, se non quando la cosa sia già stata definita possibile.

Nec definitiones nominales sufficiant ad perfectam scientiam, nisi quando aliunde constat rem definìtam esse possibilem. Patet etiam , quae tandem sit Idea vera, quae falsa, vera scilicet cum notio est possibilis, falsa cum contradictionem involvit.

La possibilità può essere conosciuta a priori o a posteriori.

Possibilitatem autem rei vel a priori cognoscimus, vel a posteriori.

A priori quando risolviamo la nozione nei suoi requisiti, ossia in altre nozioni di possibilità conosciuta, e non troviamo in esse nulla di incompatibile.

A posteriori quando esperimentiamo che la cosa esiste attualmente.

Et quidem a priori, cum notionem resolvimus in sua requisita, seu in alias notiones cognitae possibilitatis, nihilque in illis incompatibile esse scimus; idque fit inter alia, cum intelligimus modum, quo res possit produci, unde prae caeteris utiles sunt Definitiones causales: a posteriori vero, cum rem actu existere experimur, quod enim actu existit vel extitit, id utique possibile est.

Quindi per una conoscenza adeguata è necessario avere una conoscenza a priori della possibilità. Dopo aver fatto una analisi della nozione, se non compare alcuna contraddizione, allora la nozione è possibile.

Et quidem quandocunque habetur cognitio adaequata, habetur et cognitio possibilitatis a priori; perducta enim analysi ad finem, si nulla apparet contradictio, utique notio possibilis est. An vero unquam ab hominibus perfecta institui possit analysis notionum, sive an ad prima possibilia ac notiones irresolubiles, sive (quod eodem redit) ipsa absoluta attributa DEI, nempe causas primas atque ultimam rerum rationem, cogitationes suas reducere possint, nunc quidem definire non ausim. Plerumque contenti sumus, notionum quarundam realitatem experientia didicisse,  unde postea alias componimus ad exemplum naturae.

 


 

1697 - Necessità della dimostrazione della possibilità di Dio

 

Nel 1697 Leibniz scrisse le Animadversiones in partem generalem principiorum cartesianorum, ossia delle note sulla prima parte di Les principes de la philosophie di Cartesio.

 

Articolo 14 di Les principes de la philosophie di Cartesio

Cartesio nell'articolo 14 aveva scritto a proposito della prova dell'esistenza di Dio a partire dalla stessa nozione di Dio:

14. Qu'on peut démontrer qu'il y a un Dieu de cela seul que la nécessité d'être ou d'exister est comprise en la notion que nous avons de lui.
Lorsque par après, elle fait une revue sur les diverses idées ou notions qui sont en soi, et qu'elle y trouve celle d'un être tout-connaissant, tout-puissant et extrêmement parfait, elle juge facilement, par ce qu'elle aperçoit en cette idée, que Dieu, qui est cet être tout parfait, est ou existe: car encore qu'elle ait des idées distinctes de plusieurs autres choses, elle n'y remarque rien qui l'assure de l'existence de leur objet; au lieu qu'elle aperçoit en celle-ci, non pas seulement comme dans les autres, une existence possible, mais une absolument nécessaire et éternelle. Et comme de ce qu'elle voit qu'il est nécessairement compris dans l'idée qu'elle a du triangle que ses trois angles soient égaux à deux droits elle se persuade absolument que le triangle a trois angles égaux à deux droits; de même, de cela seul qu'elle aperçoit que l'existence nécessaire et éternelle est comprise dans l'idée qu'elle a d'un être tout parfait elle doit conclure que cet être tout parfait est ou existe.

 

Commento di Leibniz all'articolo 14

L'argomento di Anselmo, criticato da Tommaso d'Aquino, e ripreso da Cartesio, è imperfetto.

Ad articulum 14. Argumentum pro existentia Dei ab ipsa eius notione sumtam, primus quantum constat, invenit proposuitque Anselmus Cantuariensis Archiepiscopus libro contra insipientem qui extat.

Et passim examinatur a Scholasticae Theologiae scriptoribus, ipsoque Aquinate, unde videtur hausisse Cartesius, ejus studii non expers.

Continet aliquid pulchri haec ratiocinatio, sed est tamen imperfecta.

Infatti dalla nozione di Essere perfettissimo o massimo si può dimostrare la sua esistenza. Perciò si può attribuire l'esistenza all'Essere perfettissimo, ossia a Dio.

Res huc redit. Quicquid ex notione rei demonstrari potest id rei attribui potest. Jam ex notione Entis perfettissimi seu maximi demonstrari potest existentia. Ergo Enti perfectissimo (Deo) attribui Existentia potest, seu Deus existit.

La prova è la seguente: l'Essere perfettissimo o massimo contiene tutte le perfezioni, quindi anche l'esistenza, che appartiene al numero delle perfezioni, in quanto è meglio esistere che non esistere.

Probatur assumtio: Ens perfectissimum seu maximum continet omnes perfectiones, ergo et existentiam, quae utique est ex numero perfectionum, cum plus majusve sit existere quam non existere. Hactenus argumentum.

Ma, omesso il discorso sulla perfezione o grandezza, si potrebbe formare una argomentazione più propria e più stringente in questo modo: l'Essere necessario esiste (ossia l'Essere la cui essenza è l'esistenza, ossia l'Essere che esiste per sé) come risulta evidente dai termini. Ma Dio è questo Essere (per definizione di Dio). Quindi Dio esiste.

Sed omissa perfectione aut magnitudine potuisset formari argumentatio adhuc proprior strictiorque hoc modo: Ens necessarium existit (seu Ens de cujus Essentia est Existentia, sive Ens a se existit), ut ex terminis patet. Jam Deus est Ens tale (ex Dei definitione). Ergo Deus existit.

Questi argomenti sono validi se si concede che l'Essere perfettissimo o Ente necessario è possibile, non implica contraddizione, ossia è possibile una essenza dalla quale segue l'esistenza.

Haec argumenta procedunt, si modo concedatur Ens perfectissimum seu Ens necessarium esse possibile, nec implicare contradictionem, vel quod idem est, possibilem esse essentiam ex qua sequatur existentia.

Ma fino a quando questa possibilità non è dimostrata, l'esistenza di Dio con tale argomento non può essere dimostrata perfettamente.

Sed quamdiu possibilitas ista non est demonstrata, utique nec Dei existentiam tali argumento perfecte demonstratam esse putandum est. Et in genere sciendum est (quemadmodum olim admonui) ex definitione aliqua nihil posse tuto inferri de definito, quam diu non constat definitionem exprimere aliquid possibile. Nam si contradictionem occultam forte implicet, fieri poterit ut aliquid absurdum inde deducatur.

Tuttavia da questa argomentazione impariamo il privilegio della natura divina, che se è possibile, allora esiste, cosa che nelle altre cose non è sufficiente a provarne l'esistenza.

Interim ex hac argumentatione praeclarum hoc discimus divinae naturae privilegium, ut si modo sit possibilis, eo ipso existat, quod in caeteris rebus ad existentiam probandam non sufficit. Tantum ergo pro Geometrica divinae existentiae demonstratione superest, ut possibilitas Dei accurata ad Geometricum rigorem severitate demonstretur. Interim et magnam lucem accipit existentia rei quae ostenditur tantum indigere possibilitate.

Che esista una cosa necessaria risulta altrove e anche dal fatto che esistono le cose contingenti.

Caeterum aliquam esse rem necessariam, aliunde et vel ex eo constat, quod existunt res contingentes.

 

Articolo 18 di Les principes de la philosophie di Cartesio

Cartesio, nell'articolo 18, aveva scritto a proposito della prova della esistenza di Dio a partire dalla idea di Dio in noi:

18. Qu'on peut derechef démontrer par cela qu'il y a un Dieu.
De même, parce que nous trouvons en nous l'idée d'un Dieu, ou d'un être tout parfait, nous pouvons rechercher la cause qui fait que cette idée est en nous; mais, après avoir considéré avec attention combien sont immenses les perfections qu'elle nous représente, nous sommes contraints d'avouer que nous ne saurions la tenir que d'un être très parfait, c'est-à-dire d'un Dieu qui est véritablement ou qui existe, parce qu'il est non seulement manifeste par la lumière naturelle que le néant ne peut être auteur de quoi que ce soit, et que le plus parfait ne saurait être une suite et une dépendance du moins parfait, mais aussi parce que nous voyons par le moyen de cette même lumière qu'il est impossible que nous ayons l'idée ou l'image de quoi que ce soit, s'il n'y a en nous ou ailleurs un original qui comprenne en effet toutes les perfections qui nous sont ainsi représentées: mais comme nous savons que nous sommes sujets à beaucoup de défauts, et que nous ne possédons pas ces extrêmes perfections dont nous avons l'idée, nous devons conclure qu'elles sont en quelque nature qui est différente de la nôtre, et en effet très parfaite, c'est-à-dire qui est Dieu, ou du moins qu'elles ont été autrefois en cette chose, et il suit de ce qu'elles étaient infinies qu'elles y sont encore.  

 

Commento di Leibniz all'articolo 18

Secondo l'argomento di Cartesio noi abbiamo l'idea di un Essere perfettissimo e quindi della esistenza della causa (che è l'Essere perfettissimo) della sua idea. Ma esiste il dubbio sulla possibilità di Dio.

Ad articulum 18. Habere nos ideam Entis perfectissimi ejusque ideae adeo causam (id est Ens perfectissimum) existere   quod   secundum   est  Cartesii   argumentum, magis dubium est quam Dei possibilitas, et negatur ab illis quoque   multis,  qui  Deum non  tantum possibilem sed et existentem summo studio profitentur.

E non vale ciò che dice Cartesio che quando parliamo di una cosa, comprendendo ciò che diciamo abbiamo una idea della cosa. Infatti spesso combiniamo delle cose incompatibili.

Nec valet quod Cartesium alicubi dicere memini, nos cum de aliqua re loquimur, intelligendo quod dicimus habere rei ideam.

Nam saepe fu ut combinemus incompatibilia, velut cum de Motu celerrimo cogitamus quem impossibilem esse constat, adeoque idea carere, et tamen concessum nobis est de eo cum intellectu loqui.

Scilicet alibi a me explicatum est, saepe nos confuse tantum cogitare id de quo loquimur neque ideae in mente nostra existentis conscios esse, nisi rem intelligamus et quantum satis est resolvamus.

 

Articolo 20 dei Les principes de la philosophie di Cartesio

Cartesio, nell'articolo 20, aveva scritto a proposito della prova della esistenza di Dio a partire dal fatto che noi non siamo la causa di noi stessi:

20. Que nous ne sommes pas la cause de nous-mêmes, mais que c'est Dieu, et que par conséquent il y a un Dieu.
Mais tout le monde n'y prend pas garde comme il faut, et parce que nous savons assez, lorsque nous avons une idée de quelque machine où il y a beaucoup d'artifice, la façon dont nous l'avons eue, et que nous ne saurions nous souvenir de même quand l'idée que nous avons d'un Dieu nous a été communiquée de Dieu, à cause qu'elle a toujours été en nous, il faut que nous fassions encore cette revue, et que nous recherchions quel est donc l'auteur de notre âme ou de notre pensée qui a en soi l'idée des perfections infinies qui sont en Dieu, parce qu'il est évident que ce qui connaît quelque chose de plus parfait que soi ne s'est point donné l'être , à cause que par même moyen il se serait donné toutes les perfections dont il aurait eu connaissance, et par conséquent qu'il ne saurait subsister par aucun autre que par celui qui possède en effet toutes ces perfections, c'est-à-dire qui est Dieu.  

 

Commento di Leibniz all'articolo 20

Il terzo argomento ha lo stesso difetto degli altri due. Ossia assume che esista in noi l'idea della somma perfezione di Dio, e quindi conclude alla esistenza di Dio, in quanto noi che abbiamo quella idea esistiamo.

Ad articulum 20. Tertium argumentum praeter alia eodem vitio laborat, dum scilicet assumit, esse in nobis summae Dei perfectionis ideam, atque inde concludit esse Deum, quia nos eam ideam habentes existimus.


 

1700 - Necessità della prova a priori della possibilità dell'Essere perfettissimo

 

Nel 1700 Leibniz riprese il tema della prova dell'esistenza di Dio di Cartesio nel testo De la démonstration cartesienne de l'existence de Dieu.

 

Incompletezza dell'argomento di Cartesio

Leibniz afferma di essere a metà strada tra i sostenitori dell'argomentazione di Cartesio e coloro che la ritengono un sofisma. La dimostrazione può essere resa completa con l'aggiunta di una proposizione di cui deve essere fornita la prova.

  Je n'ay pas encor vû cet écrit publié à Bâle l'an 1699 qui a pour titre: Judicium de argumento Cartesii pro existentia Dei petito ab ejus idea; mais ayant examiné autres fois en passant le même argument dans un Essay touchant la connoissance, la verité et les idées, inseré dans les Actes de Leipzig de l'an 1684, j'ay esté curieux de lire ce qu'un habile homme dit dans l'Histoire des ouvrages de sçavans May 1700 pour l'argument de des Cartes contre l'écrit Latin de Bâle, et je vous diray, Monsieur, que je tiens le milieu entre l'écrit et la reponse. L'auteur de l'écrit croit que l'argument est un sophisme, l'auteur de la reponse le tient pour une demonstration, et moy je crois que c'est un argument imparfait qui suppose tacitement une proposition de la quelle si l'on adjoutoit la preuve, la demonstration seroit achevée. Ainsi l'argument n'est pas à mepriser, c'est un bon commencement au moins. Est aliquid prodire tenus, si non datur ultra.


Affinché sia possibile trarre dalle definizioni delle buone dimostrazioni occorre provare o almeno postulare che la nozione compresa nella definizione sia possibile. 

  Les Geometres qui sont les veritables maistres dans l'art de raisonner ont vû que, pour que les demonstrations qu'on tire des defìnitions soyent bonnes, il faut prouver ou postuler au moins que la notion comprise dans la definition est possible. C'est pourquoy Euclide a mis parmi ses postulata, que le cercle est quelque chose de possible, en demandant qu'on puisse decrire un cercle dont le centre et le rayon soyent donnés.

L'argomento di Anselmo d'Aosta, ripreso da Cartesio, prova che Dio, essendo l'essere più grande o più perfetto, include anche la perfezione dell'esistenza, e conseguentemente esiste.

La même precaution a lieu en toute sorte de raisonnemens, et particulierement dans l'argument d'Anselme, Archevêque de Cantorbery (in libro contra insipientem) rapporté et examiné par S. Thomas et autres Scholastiques et renouvellé par M. des Cartes qui prouve que Dieu estant l'estre le plus grand ou le plus parfait, enferme encor cette perfection qui s'appelle l'existence, et que par consequent il existe.

Questo ragionamento è giusto, supposto che l'essere sovranamente perfetto o che comprende tutte le perfezioni sia possibile. E questo è il privilegio della natura divina (Essere per sé) che l'essenza comprende l'esistenza, ossia che esiste supposto che sia possibile.

A cela on peut dire que le raisonnement est tres juste, supposé que l'estre souverainement parfait ou qui comprend toutes les perfections, est possible. Et que c'est là le privilege de la nature divine (Entis a se) que son essence comprend l'existence,  c'est à dire qu'il existe pourveu qu'il soit possible.

Tralasciando ogni menzione della perfezione si può dire: se l'essere necessario è possibile, allora esiste. Si tratta di una proposizione modale che fornisce un passaggio dalla potenza all'atto e solo qui posse ad esse valet consequentia.

Et omettant même toute mention de la perfection, on peut dire: que si l'estre necessaire est possible, il existe, proposition la plus belle sans doute et la plus importante de la doctrine des modales, parce qu'elle fournit un passage de la puissance à l'acte, et c'est uniquement icy qu'a posse ad esse valet consequentia. Aussi trouvet-on là dedans le principe des existences.

 

Dio deve esistere necessariamente perché non è impossibile che Dio sia

Il punto chiave del ragionamento è che Dio deve esistere necessariamente perché non è impossibile che Dio sia. L'argomento non è un sofisma, il difetto in coloro che l'hanno proposto è di aver dissimulato ciò che essi presuppongono.

     L'écrit et la reponse s'enfoncent un peu trop dans les termes et dans les distinctions d'essence et existence, reelle (ou formelle) et objective, où je ne crois pas s'il soit necessaire de les suivre, et il suffit de remarquer, que l'auteur de l'écrit s'estant propose le raisonnement de ceux qui disent que Dieu doit exister necessairement parcequ'il n'est pas impossible que Dieu soit, a touché le point essentiel, et il n'a pas mal repondu, qu'il ne s'ensuit pas qu'une chose est possible, parceque nous n'en voyons pas l'impossibilité, nos connoissances estant bornées. Mais cela le pouvoit faire juger, que l'argument n'est pas un sophisme, et que ceux qui l'ont proposé ont peché seulement en dissimulant ce qu'ils supposent, au lieu de suivre l'exemple des Geometres qui ont assés de penetration et de sincerité pour voir et pour marquer expressement les axiomes et les demandes dont ils ont besoin et qu'ils presupposent.

 

Necessità della prova a priori della possibilità dell'Essere perfettissimo

Il vero carattere di una conoscenza perfettamente distinta è quando si può provare a priori la possibilità della nozione di cui si tratta. Non procedere alla dimostrazione a priori è un errore. Con il pretesto che le cose troppo chiare non hanno bisogno di dimostrazione si fanno passare per chiare cose che non lo sono abbastanza.

    Et j'avois déja remarqué dans mon Essay susdit, que la veritable marque d'une connoissance parfaitement distincte est lorsqu'on peut prouver a priori la possibilité de la notion dont il s'agit. Ainsi on se trompe dans le fonds icy, en s'attribuant une notion claire et distincte, lorsqu'on ne la sçauroit verifier par la marque qui luy est essentielle...

...Si tout ce qu'on se vante de sçavoir clairement et distinctement estoit demonstré de la même facon, on pourroit s'y fier, mais sous pretexte que les choses trop claires n'ont point besoin de demonstration on fait souvent passer pour clair ce qui ne l'est pas assez.

Tuttavia senza dare una dimostrazione metafisica della possibilità dell'Essere perfettissimo, si può presumere di arrivare fino alla certezza morale della esistenza di Dio, senza parlare delle dimostrazioni a posteriori, ossia dagli effetti. 

Cependant il faut avouer que sans qu'on donne une demonstration metaphysique de la possibilité de l'estre tout parfait, on en a une tres grande presomtion qui peut aller jusqu'à une certitude morale, sans parler maintenant des demonstrations parfaites de l'existence de Dieu, qui se peuvent tirer a posteriori, c'est à dire des effects.

Leibniz dichiara di non dubitare che si possa arrivare a una dimostrazione della possibilità dell'Essere perfettissimo: la dimostrazione a priori iniziata da Anselmo e continuata da Cartesio sarà compiuta con il rigore di una dimostrazione geometrica.

Et je ne doute pas même qu'on ne puisse venir à une parfaile demonstration de cette possibilité: apres quoy encor la demonstration a priori commencée par S. Anselme et poussée par M. des Cartes seroit achevée a la rigueur autant qu'aucune demonstration Geometrique.

    


 

1701 - Proposizioni modali

 

Nel 1701 Leibniz scrisse un testo intitolato De la démonstration cartesienne de l'existence de Dieu du R. P. Lami in cui riaffrontò il tema della prova a priori della esistenza di Dio.

 

La dimostrazione di Anselmo e di Cartesio

La dimostrazione dell'esistenza di Dio proposta da Anselmo d'Aosta e rielaborata da Cartesio afferma che ciò che implica nella sua idea tutte le perfezioni, o il più grande di tutti gli esseri possibili, comprende anche l'esistenza nella sua essenza, poiché l'esistenza è nel numero delle perfezioni, altrimenti qualcosa potrebbe essere aggiunta a ciò che è perfetto.

 J'ai déja dit ailleurs mon sentiment sur la démonstration de l'existence de Dieu de S. Anselme, renouvellée par Descartes; dont la substance est que ce qui renferme dans son idée toutes les perfections, ou le plus grand de tous les êtres possibles, comprend aussi l'existence dans son essence, puisque l'existence est du nombre des perfections, et qu'autrement quelque chose pourroit être ajouté à ce qui est parfait.

 

Incompletezza della dimostrazione

Si tratta di una dimostrazione, ma incompleta in quanto presuppone una verità che deve ancora essere dimostrata. Si suppone infatti tacitamente che Dio o l'Essere perfetto sia possibile. Se questo punto fosse dimostrato si potrebbe dire che la esistenza di Dio sarebbe dimostrata geometricamente a priori. La dimostrazione nella versione di Cartesio si può considerare presuntiva, perché ogni essere deve essere considerato possibile finché non sia provata la sua impossibilità.

J'accorde donc que c'est une démonstration, mais imparfaite, qui demande ou suppose une vérite qui mérite d'être encore démontrée. Car on suppose tacitement que Dieu ou bien l'Être parfait est possible. Si ce point étoit encore démontré comme il faut, on pourroit dire que l'existence de Dieu seroit demontrée géométriquement a priori. Et cela montre ce que j'ai déja dit, qu'on ne peut raisonner parfaitement sur des idées, qu'en connoissant leur possibilité: a quoi les Géomètres ont pris garde, mais pas assez les Cartésiens. Cependant ou peut dire que cette démonstration ne laisse pas d'être considérable, et pour ainsi dire présomptive. Car tout Être doit être tenu possible jusqu'à ce qu'on prouve son impossibilité.

 

Una dimostrazione più semplice

Si potrebbe formulare una dimostrazione ancora più semplice, senza parlare di perfezioni, per non essere fermati da coloro che negano che tutte le perfezioni siano compatibili e di conseguenza che l'idea in questione sia possibile.

Quoi qu'il en soit, on pourroit former une démonstration encore plus simple, en ne parlant point des perfections, pour n'être point arrêté par ceux qui s'aviseroient de nier que toutes les perfections soient compatibles, et par conséquent que l'idée en question soit possible.

Dio è un Essere per sé, ens a se, ossia esiste per la sua essenza. Da questa definizione è facile concludere che un tale essere, se è possibile, allora esiste; o piuttosto questa conclusione è un corollario che si trae immediatamente dalla definizione e non ne differisce in nulla.

     Car en disant seulement que Dieu est un Être de soi ou primitif, ens a se, c'est-a-dire, qui existe par son essence, il est aisé de conclure de cette definition, qu'un tel être, s'il est possible, existe; ou plutot cette conclusion est un corollaire qui se tire immédiatement de la définition, et n'en diffère presque point.

Perché l'essenza di una cosa non essendo che ciò che fa la sua possibilità in particolare, è manifesto che esistere per la propria essenza, è esistere per la propria possibilità.

Car l'essence de la chose n'étant que ce qui fait sa possibilité en particulier, il est bien manifeste qu'exister par son essence, est exister par sa possibilité.

E se l'Essere per sé fosse definito in termini ancora più vicini, dicendo che è l'essere che deve esistere perché è possibile, sarebbe manifesto che tutto ciò che si potrebbe dire contro un tale essere, sarebbe negarne la possibilità.

Et si l'être de soi étoit défini en termes encore plus approchans, en disant que c'est l'être qui doit exister parce qu'il est possible, il est manifeste que tout ce qu'on pourroit dire contre l'existence d'un tel être, seroit de nier sa possibilité.

 

Prima proposizione modale: Se l'Essere necessario è possibile, allora esiste

Si potrebbe fare anche una proposizione modale, che sarebbe uno dei migliori frutti di tutta la Logica: se l'Essere necessario è possibile, allora esiste. Perché l'Essere necessario e l'Essere per la sua essenza sono la medesima cosa.

     On pourroit encore faire à ce sujet une proposition modale, qui seroit un des meilleurs fruits de toute la Logique: sçavoir que si l'être nécessaire est possible, il existe. Car l'être nécessaire et l'étre par son essence ne sont qu'une même chose.

 

Seconda proposizione modale: Se l'Essere necessario non è, allora non è possibile alcun essere

Se l'Essere per sé fosse impossibile, allora tutti gli esseri contingenti sarebbero impossibili, poiché essi esistono solo per l'Essere per sé.

Questo ragionamento ci conduce ad un'altra proposizione modale che congiunta con la precedente completa la dimostrazione. Si potrebbe enunciarla così: se l'Essere necessario non è, allora non è alcun essere possibile.

Car si l'être de soi est impossible, tous les êtres par autrui les sont aussi; puis qu'ils ne sont enfin que par l'être de soi; ainsi rien ne sçauroit exister. Ce raisonnement nous conduit à une autre importante proposition modale, égale a la précédente, et qui, jointe avec elle, achève la démonstration. On la pourroit énoncer ainsi: si l'être nécessaire n'est point, il n'y a point d'être possible. Il semble que cette démonstration n'avoit pas été portée si loin jusqu'ici. Cependant j'ai travaillé aussi ailleurs à prouver que l'être parfait est possible.

 


 

1714 - Verità eterne

 

Nel 1714 Leibniz riprese l'argomento a priori nella Monadologie. La trattazione, secondo lo stile di questo testo, è molto sintetica. Negli articoli da 36 a 42 viene presentata la dimostrazione a posteriori della esistenza di Dio. Negli articoli da 43 a 46 viene trattata la prova a priori.

 

Articolo 40

La Sostanza suprema, che è unica, universale e necessaria, non avendo fuori di sé nulla di indipendente, ed essendo una conseguenza semplice dell'essere possibile, deve essere incapace di limiti e contenere tutta la realtà che è possibile.

40. On peut juger aussi que cette substance suprême qui est unique, universelle et nécessaire, n’ayant rien hors d’elle qui en soit indépendant, et étant une suite simple de l’être possible, doit être incapable de limites et contenir tout autant de réalité qu’il est possible.

Articolo 41

Da questo segue che Dio è assolutamente perfetto; la perfezione non essendo altra cosa che la grandezza della realtà positiva presa precisamente, mettendo da parte i limiti o confini nelle cose che ne hanno. E laddove non ci sono confini, cioè Dio, la perfezione è assolutamente infinita.

41. D’où il s’ensuit que Dieu est absolument parfait; la perfection n’étant autre chose que la grandeur de la réalité positive prise précisément, en mettant à part les limites ou bornes dans les choses qui en ont. Et là où il n’y a point de bornes, c’est-à-dire en Dieu, la perfection est absolument infinie.

 

Articolo 42

Ne segue che le creature hanno le loro perfezioni per l'influenza di Dio, ma che esse hanno le loro imperfezioni per la loro natura propria, incapace di essere senza confini. Perché è in questo che esse si differenziano da Dio.

42. Il s’ensuit aussi que les créatures ont leurs perfections de l’influence de Dieu, mais qu’elles ont leurs imperfections de leur nature propre, incapable d’être sans bornes. Car c’est en cela qu’elles sont distinguées de Dieu.

 

Articolo 43

Inoltre è vero che Dio è la sorgente delle esistenze, ma anche delle essenze in quanto reali, o di ciò che si ha di reale nella possibilità. Perché l'intelletto di Dio è la regione delle verità eterne o delle idee da cui esse dipendono, e senza di lui non ci sarebbe niente di reale nelle possibilità, e non solamente niente di esistente, ma anche niente di possibile.

43. Il est vrai aussi qu’en Dieu est non seulement la source des existences, mais encore celles des essences en tant que réelles, ou de ce qu’il y a de réel dans la possibilité. C’est parce que l’entendement de Dieu est la région des vérités éternelles ou des idées dont elles dépendent, et que sans lui il n’y aurait rien de réel dans les possibilités, et non seulement rien d’existant, mais encore rien de possible.

 

Articolo 44

Perché è necessario che, se c'è una realtà nelle essenze o possibilità, o nelle verità eterne, questa realtà sia fondata in qualche cosa di esistente e di attuale; e per conseguenza nella esistenza dell'Essere necessario, nel quale l'essenza implica l'esistenza, o nel quale è sufficiente essere possibile per essere attuale.

44. Car il faut bien que, s’il y a une réalité dans les essences ou possibilités, ou bien dans les vérités éternelles, cette réalité soit fondée en quelque chose d’existant et d’actuel; et par conséquent dans l’existence de l’Etre nécessaire, dans lequel l’essence renferme l’existence, ou dans lequel il suffit d’être possible pour être actuel.

 

Articolo 45

Così Dio solo (o l'Essere necessario) ha questo privilegio che deve esistere se è possibile. E come niente può impedire la possibilità di ciò che non include alcun confine, alcuna negazione, e per conseguenza alcuna contraddizione, questo solo è sufficiente per conoscere l'esistenza di Dio a priori. Noi l'abbiamo provato anche attraverso la realtà delle verità eterne. Ma l'abbiamo anche provato a posteriori poiché degli esseri contingenti esistono, i quali non avrebbero la loro ragione ultima o sufficiente che nell'Essere necessario, che ha la ragione della sua esistenza in se stesso.

45. Ainsi Dieu seul (ou l’Etre nécessaire) a ce privilège qu’il faut qu’il existe s’il est possible. Et comme rien ne peut empêcher la possibilité de ce qui n’enferme aucunes bornes, aucune négation, et par conséquent aucune contradiction, cela seul suffit pour connaître l’existence de Dieu a priori. Nous l’avons prouvée aussi par la réalité des vérités éternelles. Mais nous venons de la prouver aussi a posteriori puisque des êtres contingents existent, lesquels ne sauraient avoir leur raison dernière ou suffisante que dans l’être nécessaire, qui a la raison de son existence en lui-même.

 

Articolo 46

Tuttavia non bisogna immaginare con alcuni che le verità eterne, essendo indipendenti da Dio, siano arbitrarie, come Cartesio sembra aver sostenuto e dopo di lui M. Poiret. Questo non è vero che delle verità contingenti, il cui principio è la convenienza o la scelta del migliore; invece le verità necessarie dipendono unicamente dall'intelletto di Dio, e ne costituiscono l'oggetto interno.

46. Cependant il ne faut point s’imaginer avec quelques-uns que les vérités éternelles, étant dépendantes de Dieu, sont arbitraires et dépendent de sa volonté, comme Descartes paraît l’avoir pris et puis M. Poiret. Cela n’est véritable que des vérités contingentes, dont le principe est la convenance ou le choix du meilleur; au lieu que les vérités nécessaires dépendent uniquement de son entendement, et en sont l’objet interne.


 


 

Estratti dalle opere di Leibniz riguardanti la prova ontologica dell'esistenza di Dio

 

In lingua latina

Quod Ens Perfectisssimum existit (1676)

Epistola ad Hermannum Conringium de cartesiana demonstratione existentiae Dei (1678)

Meditationes de cognitione, veritate et ideis (1684)

Animadversiones in partem generalem principiorum cartesianorum (1697)

 

In lingua francese

De la démonstration cartesienne de l'existence de Dieu (1700)

De la démonstration cartesienne de l'existence de Dieu du R. P. Lami (1701)

Monadologie (1714)

 


Quod Ens Perfectissimum existit
1676

(Gerhardt vol. VII p. 261-262)


Perfectionem voco omnem qualitatem simplicem quae positiva est et absoluta, seu quae quicquid exprimit, sine ullis limitibus exprimit. Qualitas autem ejusmodi quia simplex est, ideo est irresolubilis sive indefinibilis, alioqui enim vel non una erit simplex qualitas, sed plurium aggregatum, vel si una erit, limitibus circumscripta erit, adeoque per negationes ulterioris progressus intelligetur, contra hypothesin, assumta est enim pure positiva.

Ex his non est difficile ostendere, omnes perfectiones esse compatibiles inter se, sive in eodem esse posse subjecto.

Nam sit propositio ejusmodi: A et B sunt incompatibiles (intelligendo per A et B duas ejusmodi formas simplices sive perfectiones, idemque est si plures assumantur simul) patet eam non posse demonstrari sine resolutione terminorum A et B, alterutrius vel utriusque ; alioqui enim natura eorum non ingrederetur ratiocinationem ac posset incompatibilitas aeque de quibusvis aliis rebus ac de ipsis demonstrari. Atqui (ex hypothesi) sunt irresolubiles. Ergo haec propositio de ipsis demonstrari non potest.

Posset autem utique de ipsis demonstrari si vera esset, quia non est per se vera, omnes autem propositiones necessario verae sunt aut demonstrabiles, aut per se notae. Ergo necessario vera non est haec propositio.Sive non est necessarium ut A et B sint in eodem subjecto, non possunt ergo esse in eodem subjecto et cum eadem sit ratiocinatio de quibuslibet aliis ejusmodi qualitatibus assumtis, ideo compatibiles sunt omnes perfectiones.

Datur ergo sive intelligi potest subjectum omnium perfectionum, sive Ens perfectissimum.

Unde ipsum quoque existere patet, cum in numero perfectionum existentia contineatur.

[Idem ostendi potest etiam de formis compositis ex absolutis, modo dentur.]

Ostendi hanc ratiocinationem D. Spinosae, cum Hagae Comitis essem, qui solidam esse putavit, cum enim initio contradiceret, scripto comprehendi et hanc schedam ei praelegi.

Schol.

Cartesii ratiocinatio de Entis perfectissimi existentia supposuit Ens perfectissimum intelligi posse, sive possibile esse. Hoc enim posito quod detur ejusmodi notio, statim sequitur existere illud Ens, quoniam ipsum tale finximus ut statim existentiam contineat. Quaeritur autem an sit in nostra potestate tale Ens fingere, sive an talis notio sit a parte rei, clareque ac distincte sine contradictione intelligi possit. Dicent enim adversarii talem notionem Entis perfectissimi sive Entis per Essentiam existentis esse chimaeram. Nec sufficit Cartesium provocare ad experientiam et allegare quod idem ejusmodi in se dare distincteque sentiat, hoc enim est abrumpere, non absolvere demonstrationem, nisi obstendat modum, per quem alii quoque ad ejusmodi experientiam venire possint; quotiescunque enim inter demonstrandum experientias allegamus, debemus aliis quoque modum ostendere faciendi eandem experientiam, nisi eos sola tantum autoritate nostra convincere velimus.

 


Epistola ad Hermannum Conringium de cartesiana demonstratione existentia Dei
1678

(Gerhardt vol. I p. 188 - Theod. Guil. Rittmeieri dissertat. de praecipuis errorum causis in prima philosophia. Helmat. 1727. §. 29. annnot. a. )


... Renatus Cartesius adgressus est demonstrare existentiam Dei, et immaterialitatem nostrae mentis, ejusque ratiocinationes in formam mathematicam redegit Benedictus Spinosa, idem ille, qui Tractatum Theologico-politicum de libertate philosophandi, passim refutatum, scripsit. Examinavi diligenter Cartesiana ratiocinia. Detectum est tandem a me, hoc saltem ex ratiocinationibus illis adcurata demonstratione evinci, quod Deus necessario existat, si modo possibilis esse ponatur. Sed hoc dudum ostenderunt et scholastici, et hinc tantum presuntio, non vero certitudo existentiae divinae haberi potest. Cartesius autem sophismate quodam vel probare hanc existentiae divinae possibilitatem, vel ab ea probanda se liberare conatus est. Et tamen sophisma illud speciosum et Cartesium pariter ac sectatores ejus decepit, quia rigorem demonstrandi coeptum quidem, non tamen ad finem perduxere...

 


Meditationes de cognitione, veritate et ideis
1684

(Gerhardt vol. IV p. 422-426 - Acta Eruditorum Lipsiensium ann. 1684. Nov. p. 537. )


Quoniam hodie inter Viros egregios de veris et falsis ideis controversiae agitantur, eaque res magni ad veritatem cognoscendam momenti est, in qua nec ipse Cartesius usquoquaque satisfecit, placet quid mihi de discriminibus atque criteriis Idearum et cognitionum statuendum videatur, explicare paucis. Est ergo cognitio vel obscura vel clara, et clara rursus vel confusa vel distincta, et distincta vel inadaequata vel adaequata, item vel symbolica vel intuitiva: et quidem si simul adaequata et intuitiva sit, perfectissima est.

Obscura est notio, quae non sufficit ad rem repraesentatam agnoscendam, veluti si utcunque meminerim alicujus floris aut animalis olim visi, non tamen quantum satis est, ut oblatum recognoscere et ab aliquo vicino discernere possim; vel si considerem aliquem terminum in scholis parum explicatum, ut Entelechiam Aristotelis, aut causam prout communis est materiae, formae, efficienti et fini, aliaque ejusmodi, de quibus nullam certam definitionem habemus: unde propositio quoque obscura fit, quam notio talis ingreditur. Clara ergo cognitio est, cum habeo unde rem repraesentatam agnoscere possim, eaque rursus est vel confusa vel distincta. Confusa, cum scilicet non possum notas ad rem ab aliis discernendam sufficientes separatim enumerare, licet res illa tales notas atque requisita revera habeat, in quae notio ejus resolvi possit: ita colores, odores, sapores, aliaque peculiaria sensuum objecta satis dare quidem agnoscimus et a se invicem discernimus, sed simplici sensuum testimonio, non vero notis enuntiabilibus; ideo nec caeco explicare possumus, quid sit rubrum, nec aliis declarare talia possumus, nisi eos in rem praesentem ducendo, atque ut idem videant, olfaciant aut gustent efficiendo, aut saltem praeteritae alicujus perceptionis similis eos admonendo : licet certum sit, notiones harum qualitatum compositas esse et resolvi posse, quippe cum causas suas habeant. Similiter videmus pictores aliosque artifices probe cognoscere, quid recte, quid vitiose factum sit, at judicii sui rationem reddere saepe non posse, et quaerenti dicere, se in re quae displicet desiderare nescio quid. At distincta notio est qualem de auro habent Docimastae, per notas scilicet et examina sufficientia ad rem ab aliis omnibus corporibus similibus discernendam : tales habere solemus circa notiones pluribus sensibus communes, ut numeri, magnitudinis, figurae, item circa multos affectus animi, ut spem, metum, verbo circa omnia quorum habemus Definitionem nominalem, quae nihil aliud est, quam enumeratio notarum sufficientium. Datur tamen et cognitio distincta notionis indefinibilis, quando ea est primitiva sive nota sui ipsius, hoc est, cum est irresolubilis ac non nisi per se intelligitur, atque adeo caret requisitis. In notionibus autem compositis, quia rursus notae singulae componentes interdum dare quidem, sed tamen confuse cognitae sunt, ut gravitas, color, aqua fortis, aliaque quae auri notas ingrediuntur, hinc talis cognitio auri licet distincta sit, inadaequata est tamen. Cum vero id omne quod notitiam distinctam ingreditur, rursus distincte cognitum est, seu cum analysis ad finem usque producta habetur, cognitio est adaequata, cujus exemplum perfectum nescio an homines dare possint ; valde tamen ad eam accedit notitia numerorum. Plerumque autem, praesertim in Analysi longiore, non totam simul naturam rei intuemur, sed rerum loco signis utimur, quorum explicationem in praesenti aliqua cogitatione compendii causa solemus praetermittere, scientes aut credentes nos eam habere in potestate : ita cum Chiliogonum seu Polygonum mille aequalium laterum cogito, non semper naturam lateris et aequalitatis et millenarii (seu cubi a denario) considero, sed vocabulis istis (quorum sensus obscure saltem atque imperfecte nienti obversatur) in animo utor loco idearum quas de iis habeo, quoniam menimi me significationem istorum vocabulorum habere, explicationem autem nunc judico necessariam non esse; qualem cogitationem caecam vel etiam symbolicam appellare soleo, qua et in Algebra et in Arithmetica utimur, imo fere ubique. Et certe cum notio valde composita est, non possumus omnes ingredientes eam notiones simul cogitare : ubi tamen hoc licet, vel saltem in quantum licet, cognitionern voco intuitivam. Notionis distinctae primitivae non alia datur cognitio, quam intuitiva, ut compositarum plerumque cogitatio non nisi symbolica est.

Ex his jam patet, nos eorum quoque quae distincte cognoscimus, ideas non percipere, nisi quatenus cogitatione intuitiva utimur. Et sane contingit, ut nos saepe falso credamus habere in animo ideas rerum, cum falso supponimus aliquos terminos, quibus utimur, jam a nobis fuisse explicatos: nec verum aut certe ambiguitati obnoxium est, quod ajunt aliqui, non posse nos de re aliqua dicere, intelligendo quod dicimus, quin ejus habeamus ideam. Saepe enim vocabula ista singula utcunque intelligimus, aut nos antea intellexisse meminimus, quia tamen hac cogitatione caeca contenti sumus et rosolutionem notionum non satis prosequimur, fit ut lateat nos contradictio, quam forte notio composita involvit. Haec ut considerarem distinctius, fecit olim argumentum, dudum inter Scholasticos celebre, et a Cartesio renovatum, pro Existentia Dei, quod ita habet: Quicquid ex alicujus rei idea sive definitone sequitur, id de re potest praedicari. Existentia ex DEI (sive Entis perfectissimi, vel quo majus cogitari non potest) idea sequitur. (Ens enim perfectissimum involvit omnes perfectiones, in quarum numero est etiam existentia). Ergo existentia de DEO potest praedicari. Verum sciendum est, inde hoc tantum confici: si DEUS est possibilis, sequitur quod existat; nam definitionibus non possumus tuto uti ad concludendum, antequam sciamus eas esse reales, aut nullum involvere contradictionem. Cujus ratio est, quia de notionibus contradictionem involventibus simul possent concludi opposita, quod absurdum est. Soleo autem ad hoc declarandum uti exemplo motus celerrimi qui absurdum implicat; ponamus enim rotam aliquam celerrimo motu rotari, quis non videt, productum aliquem rotae radium extremo suo celerius motum iri, quam in rotae circumferentia clavum; hujus ergo motus non est celerrimus, contra hypothesin. Interim prima fronte videri possit nos ideam motus celerrimi habere; intelligimus enim utique quid dicamus, et tamen nullam utique habemus ideam rerum impossibilium. Eodem igitur modo non sufficit nos cogitare de Ente perfectissimo, ut asseramus nos ejus ideam habere, et in hac aliata paulo ante demonstratione possibilitas Entis perfectissimi aut ostendenda aut supponenda est, ut recte concludamus. Interim nihil verius est, quam et nos DEI habere ideam, et Ens perfectissimum esse possibile, imo necessarium ; argumentum tamen non satis concludit, et jam ab Aquinate rejectum est.

Atque ita habemus quoque discrimen inter definitiones nominales, quae notas tantum rei ab aliis discernendae continent, et reales, ex quibus constat rem esse possibilem, et hac ratione satisfit Hobbio, qui veritates volebat esse arbitrarias, quia ex definitionibus nominalibus penderent, non considerans realitatem defìnitionis in arbitrio non esse, nec quaslibet notiones inter se posse conjungi. Nec definitiones nominales sufficiant ad perfectam scientiam, nisi quando aliunde constat rem definìtam esse possibilem. Patet etiam , quae tandem sit Idea vera, quae falsa, vera scilicet cum notio est possibilis, falsa cum contradictionem involvit. Possibilitatem autem rei vel a priori cognoscimus, vel a posteriori. Et quidem a priori, cum notionem resolvimus in sua requisita, seu in alias notiones cognitae possibilitatis, nihilque in illis incompatibile esse scimus; idque fit inter alia, cum intelligimus modum, quo res possit produci, unde prae caeteris utiles sunt Definitiones causales: a posteriori vero, cum rem actu existere experimur, quod enim actu existit vel extitit, id utique possibile est. Et quidem quandocunque habetur cognitio adaequata, habetur et cognitio possibilitatis a priori; perducta enim analysi ad finem, si nulla apparet contradictio, utique notio possibilis est. An vero unquam ab hominibus perfecta institui possit analysis notionum, sive an ad prima possibilia ac notiones irresolubiles, sive (quod eodem redit) ipsa absoluta Attributa DEI, nempe causas primas atque ultimam rerum rationem, cogitationes suas reducere possint, nunc quidem definire non ausim. Plerumque contenti sumus, notionum quarundam realitatem experientia didicisse,  unde postea alias componimus ad exemplum naturae.

Hinc ergo tandem puto intelligi posse, non semper tuto provocari ad ideas, et multos specioso illo titulo ad imaginationes quasdam suas stabiliendas abuti ; neque enim statim ideam habemus rei, de qua nos cogitare sumus conscii, quod exemplo maximae velocitatis paulo ante ostendi. Nec minus abuti video nostri temporis homines jactato illo principio: quicquid clare et distincte de re aliqua percipio, id est verum seu de ea enuntiabile. Saepe enim clara et distincta videntur hominibus temere judicantibus, quae obscura et confusa sunt. Inutile ergo axioma est, nisi clari et distincti criteria adhibeantur, quae tradidimus, et nisi constet de veritate idearum. De caetero non contemnenda veritatis enuntiationum criteria sunt regulae communis Logicae, quibus et Geometrae utuntur, ut scilicet nihil admittatur pro certo, nisi accurata experientia vel firma demonstratione probatum ; firma autem demonstratio est, quae   praescriptam   a Logica   formam   servat, non   quasi   semper   ordinatis Scholarum more Syllogismis opus sit (quales Christianus Herlinus et Conradus Dasypodius in sex priores Euclidis libros exhibuerunt), sed ita saltem ut argumentatio concludat vi formae, qualis argumentationis in forma debita conceptae exemplum, etiam calculum aliquem legitimum esse dixeris; itaque nec praetermittenda est aliqua praemissa necessaria, et omnes praemissae jam ante vel demonstratae esse debent, vel saltem instar hypotheseos assumtae, quo casu et conclusio hypothetica est. Haec qui observabunt diligenter, facile ab Ideis deceptricibus sibi cavebunt. His autem satis congruenter ingeniosissimus Pascalius in praeclara dissertatione de Ingenio Geometrico (cujus fragmentum extat in egregio Libro celeberrimi Viri Antonii Arnaldi de arte bene cogitandi) Geometrae esse ait definire omnes terminos parumper obscuros, et comprobare omnes veritates parumper dubias. Sed vellem definiisset limites, quos ultra aliqua notio aut enuntiatio non amplius parumper obscura aut dubia est. Verumtamen quid conveniat, ex attenta eorum quae hic diximus consideratione erui potest,  nunc enim brevitati studemus.

Quod ad controversiam attinet, utrum omnia videamus in DEO (quae utique vetus est sententia, et si sano sensu intelligatur, non omnino spernenda) an vero proprias ideas habeamus, sciendum est, etsi omnia in DEO videremus, necesse tamen esse ut habeamus et ideas proprias, id est non quasi icunculas quasdam, sed affectiones sive modificationes mentis nostrae, respondentes ad id ipsum quod in DEO perciperemus : utique enim aliis atque aliis cogitationibus subeuntibus aliqua in mente nostra mutatio fìt; rerum vero actu a nobis non cogitatarum Ideae sunt in mente nostra, ut figura Herculis in rudi marmore. At in DEO non tantum necesse est actu esse ideam extensionis absolutae atque infinitae, sed et cujusque figurae, quae nihil aliud est quam extensionis absolutae modificatio. Caeterum cum colores aut odores percipimus, utique nullam aliam habemus quam figurarum et motuum perceptionem, sed tam multiplicium et exiguorum, ut mens nostra singulis distincte considerandis in hoc praesenti suo statu non suffìciat, et proinde non animadvertat perceptionem suam ex solis figurarum et motuum minutissimorum perceptionibus compositam esse, quemadmodum confusis flavi et caerulei pulvisculis viridem colorem percipiendo, nil nisi flavum et caeruleum minutissime mixta sentimus, licet non animadvertentes et potius novum aliquod ens nobis fingentes.


 


Animadversiones in partem generalem principiorum cartesianorum
1697

(Gerhardt vol. IV p. 358-360)

 

Ad articulum 14. Argumentum pro existentia Dei ab ipsa eius notione sumtam, primus quantum constat, invenit proposuitque Anselmus Cantuariensis Archiepiscopus libro contra insipientem qui extat. Et passim examinatur a Scholasticae Theologiae scriptoribus, ipsoque Aquinate, unde videtur hausisse Cartesius, ejus studii non expers. Continet aliquid pulchri haec ratiocinatio, sed est tamen imperfecta. Res huc redit. Quicquid ex notione rei demonstrari potest id rei attribui potest. Jam ex notione Entis perfettissimi seu maximi demonstrari potest existentia. Ergo Enti perfectissimo (Deo) attribui Existentia potest, seu Deus existit. Probatur assumtio: Ens perfectissimum seu maximum continet omnes perfectiones, ergo et existentiam, quae utique est ex numero perfectionum, cum plus majusve sit existere quam non existere. Hactenus argumentum. Sed omissa perfectione aut magnitudine potuisset formari argumentatio adhuc proprior strictiorque hoc modo: Ens necessarium existit (seu Ens de cujus Essentia est Existentia, sive Ens a se existit), ut ex terminis patet. Jam Deus est Ens tale (ex Dei definitione). Ergo Deus existit. Haec argumenta procedunt, si modo concedatur Ens perfectissimum seu Ens necessarium esse possibile, nec implicare contradictionem, vel quod idem est, possibilem esse essentiam ex qua sequatur existentia. Sed quamdiu possibilitas ista non est demonstrata, utique nec Dei existentiam tali argumento perfecte demonstratam esse putandum est. Et in genere sciendum est (quemadmodum olim admonui) ex definitione aliqua nihil posse tuto inferri de definito, quam diu non constat definitionem exprimere aliquid possibile. Nam si contradictionem occultam forte implicet, fieri poterit ut aliquid absurdum inde deducatur. Interim ex hac argumentatione praeclarum hoc discimus divinae naturae privilegium, ut si modo sit possibilis, eo ipso existat, quod in caeteris rebus ad existentiam probandam non sufficit. Tantum ergo pro Geometrica divinae existentiae demonstratione superest, ut possibilitas Dei accurata ad Geometricum rigorem severitate demonstretur. Interim et magnam lucem accipit existentia rei quae ostenditur tantum indigere possibilitate. Caeterum aliquam esse rem necessariam, aliunde et vel ex eo constat, quod existunt res contingentes.

Ad articulum 18. Habere nos ideam Entis perfectissimi ejusque ideae adeo causam (id est Ens perfectissimum) existere   quod   secundum   est  Cartesii   argumentum, magis dubium est quam Dei possibilitas, et negatur ab illis quoque   multis,  qui  Deum non  tantum possibilem sed et existentem summo studio profitentur. Nec valet quod Cartesium alicubi dicere memini, nos cum de aliqua re loquimur, intelligendo quod dicimus habere rei ideam. Nam saepe fu ut combinemus incompatibilia, velut cum de Motu celerrimo cogitamus quem impossibilem esse constat, adeoque idea carere, et tamen concessum nobis est de eo cum intellectu loqui. Scilicet alibi a me explicatum est, saepe nos confuse tantum cogitare id de quo loquimur neque ideae in mente nostra existentis conscios esse, nisi rem intelligamus et quantum satis est resolvamus.

Ad articulum 20. Tertium argumentum praeter alia eodem vitio laborat, dum scilicet assumit, esse in nobis summae Dei perfectionis ideam, atque inde concludit esse Deum, quia nos eam ideam habentes existimus.


De la démonstration cartesienne de l'existence de Dieu
1700


(Gerhardt vol. IV p. 401-404)

 

     Je n'ay pas encor vû cet écrit publié à Bâle l'an 1699 qui a pour titre: Judicium de argumento Cartesii pro existentia Dei petito ab ejus idea; mais ayant examiné autres fois en passant le même argument dans un Essay touchant la connoissance, la verité et les idées, inseré dans les Actes de Leipzig de l'an 1684, j'ay esté curieux de lire ce qu'un habile homme dit dans l'Histoire des ouvrages de sçavans May 1700 pour l'argument de des Cartes contre l'écrit Latin de Bâle, et je vous diray, Monsieur, que je tiens le milieu entre l'écrit et la reponse. L'auteur de l'écrit croit que l'argument est un sophisme, l'auteur de la reponse le tient pour une demonstration, et moy je crois que c'est un argument imparfait qui suppose tacitement une proposition de la quelle si l'on adjoutoit la preuve, la demonstration seroit achevée. Ainsi l'argument n'est pas à mepriser, c'est un bon commencement au moins. Est aliquid prodire tenus, si non datur ultra.


     Les Geometres qui sont les veritables maistres dans l'art de raisonner ont vû que, pour que les demonstrations qu'on tire des defìnitions soyent bonnes, il faut prouver ou postuler au moins que la notion comprise dans la definition est possible. C'est pourquoy Euclide a mis parmi ses postulata, que le cercle est quelque chose de possible, en demandant qu'on puisse decrire un cercle dont le centre et le rayon soyent donnés. La même precaution a lieu en toute sorte de raisonnemens, et particulierement dans l'argument d'Anselme, Archevêque de Cantorbery (in libro contra insipientem) rapporté et examiné par S. Thomas et autres Scholastiques et renouvellé par M. des Cartes qui prouve que Dieu estant l'estre le plus grand ou le plus parfait, enferme encor cette perfection quis'appelle l'existence, et que par consequent il existe. A cela on peut dire que le raisonnement est tres juste, supposé que l'estre souverainement parfait ou qui comprend toutes les perfections, est possible. Et que c'est là le privilege de la nature divine (Entis a se) que son essence comprend l'existence,  c'est à dire qu'il existe pourveu qu'il soit possible. Et omettant même toute mention de la perfection, on peut dire: que si l'estre necessaire est possible, il existe, proposition la plus belle sans doute et la plus importante de la doctrine des modales, parce qu'elle fournit un passage de la puissance à l'acte, et c'est uniquement icy qu'a posse ad esse valet consequentia. Aussi trouvet-on là dedans le principe des existences.


     L'auteur de l'écrit oppose une instance à des Cartes, en raisonnant comme luy et concluant faux, car il dit que l'existence est contenue dans l'idée d'un corps tres parfait (ou qui comprend toutes les perfections), donc un tel corps existe. A cela il faut répondre à mon avis que l'idée d'un corps tres parfait dans ce sens est impossible, car un corps estant limite par son essence ne sçauroit renfermer toutes les perfections. L'écrit et la reponse s'enfoncent un peu trop dans les termes et dans les distinctions d'essence et existence, reelle (ou formelle) et objective, où je ne crois pas s'il soit necessaire de les suivre, et il suffit de remarquer, que l'auteur de l'écrit s'estant propose le raisonnement de ceux qui disent que Dieu doit exister necessairement parcequ'il n'est pas impossible que Dieu soit, a touché le point essentiel, et il n'a pas mal repondu, qu'il ne s'ensuit pas qu'une chose est possible, parceque nous n'en voyons pas l'impossibilité, nos connoissances estant bornées. Mais cela le pouvoit faire juger, que l'argument n'est pas un sophisme, et que ceux qui l'ont proposé ont peché seulement en dissimulant ce qu'ils supposent, au lieu de suivre l'exemple des Geometres qui ont assés de penetration et de sincerité pour voir et pour marquer expressement les axiomes et les demandes dont ils ont besoin et qu'ils presupposent.


     L'auteur de la réponse n'entre pas assez là dedans autant que je puis comprendre; il a fort raison p. 211 de rejetter cette limitation: que l'estre tout parfait renferme l'existence, supposé qu'il y a un estre tout parfait, c'est à dire actuel. Mais si on l'entend : supposé qu'il y a un estre tout parfait,  possible, ou parmy les essences, la limitation est bonne. Il a raison de dire qu'il n'est point permis de douter des choses qui nous sont connues, sous pretexte que nos connoissances sont bornées. Mais cela ne paroist pas aussi estre l'intention de l'auteur de l'écrit. Et j'avois déja remarqué dans mon Essay susdit, que la veritable marque d'une connoissance parfaitement distincte est lorsqu'on peut prouver a priori la possibilité de la notion dont il s'agit. Ainsi on se trompe dans le fonds icy, en s'attribuant une notion claire et distincte, lorsqu'on ne la sçauroit verifier par la marque qui luy est essentielle. L'exemple de la proposition que deux et deux sont quatre ne convient pas icy, puisqu'on la peut demonstrer par des definitions dont la possibilité est reconnue. Voicy cette demonstration: Les definitions sont primo 2 est 1 + 1, et secundo 3 est 2 + 1, et tertio 4 est 3 + 4. Or 2 + 2 est autant (par la def. premiere) que 2 + 1 +1, c'est à dire (par la definition seconde) 3 + 1 , ou bien (par la def. troisieme) 4. Ce qu'il falloit demonstrer. Si tout ce qu'on se vante de sçavoir clairement et distinctement estoit demonstré de la même facon, on pourroit s'y fier, mais sous pretexte que les choses trop claires n'ont point besoin de demonstration on fait souvent passer pour clair ce qui ne l'est pas assez.Et cet abus des idées et verités pretendues claires et distinctes fait que feu Mons. Stillingfleet, Evêque de Worcester, et d'autres ont eu quelque raison de s'elever contre la voye des idées qui est en vogue aujourdhuy et qui souvent est un asyle d'ignorance aussi bien que les qualités occultes d'autres fois.

     Il faut avouer que le celebre Mons. Lock dans son essay de l'entendement et dans ses écrits opposés à feu Monsieur de Worcester a eu raison de faire l'Apologie des idées, mais il n'a pas fait ce qui se demande icy pour en monstrer le bon usage, puisqu'au lieu de dire simplement que les verités ne sont que l'agrement ou desagrement des idées, il falloit le monstrer effectivement, c'est à dire il falloit demonstrer les Axiomes par des definitions possibles de la manière que je l'ay fait a l'egard de la proposition que deux et deux sont quatre. C'est l'unique moyen non seulement de convaincre ceux qui veulent qu'outre les idées ou definitions on a besoin d'employer des axiomes, mais aussi de rectifier la Methode des idées assez sujette à caution jusqu'icy.

     Pour revenir a l'auteur de la reponse, il semble qu'il tache de prouver p. 210, qu'il y a une idée d'un estre tout parfait, mais disant que l'idee de l'estre general l'y porte, il auroit bien fait de monstrer comment. Et quand il dit p. 212 qu'il est incontestable que l'independance ou l'existence de soy même est la premiere des perfections, il suppose tousjours cette possibilité qui est en question. Je ne sçay pas ce qu'il entend p. 216 par une idée arbitraire de l'esprit humain, lorsqu'il veut prouver que celle de l'Estre tout parfait n'est point arbitraire. Car toutes les idées possibles sont independentes de l'esprit humain, et celles qui sont impossibles, ne sont pas même arbitraires, puisqu'il n'est pas en nostre pouvoir de les concevoir. Il dit p. 220 que si quelcun nioit que deux et deux font quatre, on ne pourroit le luy prouver, parce que l'evidence de cette pro-position en est la seule preuve. Mais je viens de monstrer le contraire, à fin que desormais on ne cherche point de cacher ses suppositions sans des evidences pretendues. Cependant il faut avouer que sans qu'on donne une demonstration metaphysique de la possibilité de l'estre tout parfait, on en a une tres grande presomtion qui peut aller jusqu'à une certitude morale, sans parler maintenant des demonstrations parfaites de l'existence de Dieu, qui se peuvent tirer a posteriori, c'est à dire des effects. Et je ne doute pas même qu'on ne puisse venir à une parfaile demonstration de cette possibilité: apres quoy encor la demonstration a priori commencée par S. Anselme et poussée par M. des Cartes seroit achevée a la rigueur autant qu'aucune demonstration Geometrique.

     En effect il faut avouer que ceux qui suivent la voye des idées ont coustume d'abuser encor d'un principe qui leur sert quand ils se trouvent arrestés dans leur raisonnement, car alleguant que tout ce qu'on conçoit clairement et distinctement est vray, ils se croyent dispensés de prouver ce qu'ils pretendent estre evident. Mais ce principe ne sert gueres qu'à des illusions tant qu'on n'a pas une marque de ce qui est clair et distinct que des Cartes ne nous a point donnée. La marque de la connoissance distincte d'une notion que j'ay proposée est qu'on en puisse monstrer la possibilité, et la marque de la connoissance distincte d'une verité est qu'on la puisse demonstrer par des definitions des notions possibles. Ainsi ces provocations aux idées et aux connoissances claires et distinctes sont inutiles ou plustost dommageables, et il faut recourir aux methodes des logiciens et des geometres.

 

 


De la démonstration cartesienne de l'existence de Dieu du R. P. Lami
1701


(Gerhardt vol. IV p. 405-406 - Mémoires de Trévoux. etc. 1701. - Leibn. Opp. ed. Dutens Tom. II. P. 1. p. 254.)


     J'ai déja dit ailleurs mon sentiment sur la démonstration de l'existence de Dieu de S. Anselme, renouvellée par Descartes; dont la substance est que ce qui renferme dans son idée toutes les perfections, ou le plus grand de tous les êtres possibles, comprend aussi l'existence dans son essence, puisque l'existence est du nombre des perfections, et qu'autrement quelque chose pourroit être ajouté à ce qui est parfait. Je tiens le milieu entre ceux qui prennent ce raisonnement pour un sophisme, et entre l'opinion du R. P. Lami expliquée ici, qui le prend pour une démonstration achevée. J'accorde donc que c'est une démonstration, mais imparfaite, qui demande ou suppose une vérite qui mérite d'être encore démontrée. Car on suppose tacitement que Dieu ou bien l'Être parfait est possible.
Si ce point étoit encore démontré comme il faut, on pourroit dire que l'existence de Dieu seroit demontrée géométriquement a priori. Et cela montre ce que j'ai déja dit, qu'on ne peut raisonner parfaitement sur des idées, qu'en connoissant leur possibilité: a quoi les Géomètres ont pris garde, mais pas assez les Cartésiens. Cependant ou peut dire que cette démonstration ne laisse pas d'être considérable, et pour ainsi dire présomptive. Car tout Être doit être tenu possible jusqu'à ce qu'on prouve son impossibilité. Je doute cependant que le R. P. Lami ait eu sujet de dire qu'elle a été adoptée par l'Ecole: car l'Auteur de la Note marginale remarque fort bien ici que Saint Thomas l'avoit rejettée.

     Quoi qu'il en soit, on pourroit former une démonstration encore plus simple, en ne parlant point des perfections, pour n'être point arrêté par ceux qui s'aviseroient de nier que toutes les perfections soient compatibles, et par conséquent que l'idée en question soit possible. Car en disant seulement que Dieu est un Être de soi ou primitif, ens a se, c'est-a-dire, qui existe par son essence, il est aisé de conclure de cette definition, qu'un tel être, s'il est possible, existe; ou plutot cette conclusion est un corollaire qui se tire immédiatement de la définition, et n'en diffère presque point. Car l'essence de la chose n'étant que ce qui fait sa possibilité en particulier, il est bien manifeste qu'exister par son essence, est exister par sa possibilité. Et si l'être de soi étoit défini en termes encore plus approchans, en disant que c'est l'être qui doit exister parce qu'il est possible, il est manifeste que tout ce qu'on pourroit dire contre l'existence d'un tel être, seroit de nier sa possibilité.

     On pourroit encore faire à ce sujet une proposition modale, qui seroit un des meilleurs fruits de toute la Logique: sçavoir que si l'être nécessaire est possible, il existe. Car l'être nécessaire et l'étre par son essence ne sont qu'une même chose. Ainsi le raisonnement pris de ce biais paroit avoir de la solidité; et ceux qui veulent que des seules notions, idées, définitions ou essences possibles on ne puisse jamais inférer l'existence actuelle, retombent en effet dans ce que je viens de dire, c'est-a-dire, qu'ils nient la possibilite de l'être de soi. Mais ce qui est bien à remarquer, ce biais même sert a faire connoitre qu'ils ont tort, et remplit enfin le vuide de la démonstration. Car si l'être de soi est impossible, tous les êtres par autrui les sont aussi; puis qu'ils ne sont enfin que par l'être de soi; ainsi rien ne sçauroit exister. Ce raisonnement nous conduit à une autre importante proposition modale, égale a la précédente, et qui, jointe avec elle, achève la démonstration. On la pourroit énoncer ainsi: si l'être nécessaire n'est point, il n'y a point d'être possible. Il semble que cette démonstration n'avoit pas été portée si loin jusqu'ici. Cependant j'ai travaillé aussi ailleurs à prouver que l'être parfait est possible.

     Je n'avois dessein, Monsieur, que de vous écrire en peu de mots quelques petites réflexions sur les mémoires que vous m'aviez envoyés; mais la varieté des matiéres, la chaleur de la méditation, et le plaisir que j'ai pris au dessein généreux du Prince qui est le Protecteur de cet ouvrage, m'ont emporté. Je vous demande pardon d'avoir été si long, et je suis etc.

 


Monadologie
1714

(Gerhardt vol. VI p. 613-614)

... 40. On peut juger aussi que cette substance suprême qui est unique, universelle et nécessaire, n’ayant rien hors d’elle qui en soit indépendant, et étant une suite simple de l’être possible, doit être incapable de limites et contenir tout autant de réalité qu’il est possible.

41. D’où il s’ensuit que Dieu est absolument parfait; la perfection n’étant autre chose que la grandeur de la réalité positive prise précisément, en mettant à part les limites ou bornes dans les choses qui en ont. Et là où il n’y a point de bornes, c’est-à-dire en Dieu, la perfection est absolument infinie.

42. Il s’ensuit aussi que les créatures ont leurs perfections de l’influence de Dieu, mais qu’elles ont leurs imperfections de leur nature propre, incapable d’être sans bornes. Car c’est en cela qu’elles sont distinguées de Dieu.

43. Il est vrai aussi qu’en Dieu est non seulement la source des existences, mais encore celles des essences en tant que réelles, ou de ce qu’il y a de réel dans la possibilité. C’est parce que l’entendement de Dieu est la région des vérités éternelles ou des idées dont elles dépendent, et que sans lui il n’y aurait rien de réel dans les possibilités, et non seulement rien d’existant, mais encore rien de possible.

44. Car il faut bien que, s’il y a une réalité dans les essences ou possibilités, ou bien dans les vérités éternelles, cette réalité soit fondée en quelque chose d’existant et d’actuel; et par conséquent dans l’existence de l’Etre nécessaire, dans lequel l’essence renferme l’existence, ou dans lequel il suffit d’être possible pour être actuel.

45. Ainsi Dieu seul (ou l’Etre nécessaire) a ce privilège qu’il faut qu’il existe s’il est possible. Et comme rien ne peut empêcher la possibilité de ce qui n’enferme aucunes bornes, aucune négation, et par conséquent aucune contradiction, cela seul suffit pour connaître l’existence de Dieu a priori. Nous l’avons prouvée aussi par la réalité des vérités éternelles. Mais nous venons de la prouver aussi a posteriori puisque des êtres contingents existent, lesquels ne sauraient avoir leur raison dernière ou suffisante que dans l’être nécessaire, qui a la raison de son existence en lui-même.

46. Cependant il ne faut point s’imaginer avec quelques-uns que les vérités éternelles, étant dépendantes de Dieu, sont arbitraires et dépendent de sa volonté, comme Descartes paraît l’avoir pris et puis M. Poiret. Cela n’est véritable que des vérités contingentes, dont le principe est la convenance ou le choix du meilleur; au lieu que les vérités nécessaires dépendent uniquement de son entendement, et en sont l’objet interne...


 

Riferimenti bibliografici:

Hegel F.
Lezioni sulla storia della filosofia

La Nuova Italia

Leibniz
Dialoghi filosofici e scientifici

Bompiani

Leibniz
Monadologia

Bompiani

Leibniz
Monadologia e Discorso di Metafisica

Laterza

Leibniz
Nuovi saggi sull'intelletto umano

Laterza

Leibniz
Saggi di teodicea

Bompiani

Liske M.-Th.
Leibniz

Il Mulino

Mathieu V.
Introduzione a Leibniz

Laterza

Mugnai M.
Introduzione alla filosofia di Leibniz

Einaudi

Russel B.
Storia della filosofia occidentale

Tea

Severino E.
La filosofia dai Greci al nostro tempo - La Filosofia moderna

BUR

Timossi R. G.
Prove logiche dell'esistenza di Dio da Anselmo d'Aosta a Kurt Gödel

Marietti

 

 
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